giovedì 29 dicembre 2011

Dodici regole per allevare figli delinquenti


  1. Cominciate fin dall’infanzia col dare al bambino tutto quello che vuole. In questo modo crescerà convinto che il mondo gli deve qualcosa.
  2. Allorché ripeterà davanti a voi le prime parolacce raccolte qua e là, ridetene. Questo gli farà credere di essere divertente e carino. E lo incoraggerà ad imparare parolacce «sempre più divertenti» e a esibirsi davanti a voi appena possibile.
  3. Guardatevi dall’impartirgli un’educazione spirituale. Attendete che abbia 21 anni e lasciatelo libero di decidere da solo.
  4. Evitate l’uso di parole come «sbagliato» «avere torto» ecc. in modo da non favorirgli lo sviluppo di «complessi d’inferiorità». Che gli potrebbero far credere più tardi, quando sarà arrestato per il furto della prima macchina, che la società è contro di lui e che viene sempre perseguitato.
  5. Raccogliete sempre ogni cosa che lascia buttata in giro, come per es. libri, scarpe, vestiti. Fategli ritrovare tutto in ordine, in modo da abituarlo a scaricare sempre tutte le responsabilità sugli altri.
  6. Lasciategli leggere qualunque cosa gli capiti tra le mani. State attenti che le sue posate ed i bicchieri siano sempre sterilizzati, ma lasciate che la sua mente si nutra con l’immondizia.
  7. Litigate spesso di fronte ai vostri bambini, così non rimarranno troppo meravigliati quando più tardi divorzierete.
  8. Date al vostro bambino tutto il denaro che desidera, e non permettete che se lo guadagni da solo. Perché rendergli la vita dura?
  9. Soddisfate ogni sua voglia di cibo, drink, comodità e qualsiasi desiderio sessuale in genere. Rifiuti e proibizioni potrebbero causargli le più dannose angosce.
  10. Prendete sempre le sue parti in caso di dispute con i vicini, con i maestri o con i poliziotti. I quali per partito preso sono sempre contro il vostro bambino.
  11. Quando vi trovate in mezzo a seri guai, scusatevi con voi stessi dicendo: «Per lui abbiamo fatto il possibile…».
  12. Preparatevi ad una vita di dispiaceri. Molto facilmente la avrete.


È pressoché introvabile il fascicolo del Delatore da cui traggo queste dodici regole per allevare figli delinquenti. Uscito nel 1959, con il sottotitolo I ragazzi, fa parte della prima serie della «rivista di belle lettere e storia» diretta da Bernardino Zapponi (1927-2000), serie che comprende i fascicoli sul Sadismo (settembre 1958), sul Cattivo gusto in Italia (novembre 1958), sui Ragazzi appunto (ottobre 1959) e sulla Commedia dell’Arte (estate 1960).
I fascicoli della seconda serie invece, egualmente diretti dallo Zapponi, sono Follia (marzo 1964), il Dizionario del gergo della malavita (giugno 1964), Il silenzio (settembre 1964), la Morte (dicembre 1964) e i Travestiti (marzo 1965). Nelle ultime pagine del fascicolo sui Travestiti si fa inoltre riferimento ad un numero successivo dedicato nell’intendimento dei redattori alla Donna trionfante, fascicolo che tuttavia non è mai uscito.
Al Delatore collaborarono numerosi e celebri artisti tra cui: Mino Maccari, Leonardo Sinisgalli, Furio Scarpelli, Roland Topor, Saul Steinberg, Bruno Munari, Camilla Cederna.



sabato 17 dicembre 2011

Diagnosi e responsabilità


Già in uno dei precedenti post mi è capitato di osservare come il lessico psicopatologico finisca molto spesso per sottrarre, ai «malati psichici» odierni, la possibilità di descrivere il proprio disagio in maniera più personale e autentica, lasciando il posto ad una omogeneizzazione dei racconti che gli individui fanno della propria sofferenza, impregnati fino all’inverosimile di espressioni tecniche e impersonali che con molta probabilità hanno appreso navigando in Internet. E così nessuno spiega più il panico riferendo di «un’esperienza sconvolgente» ma piuttosto avvalendosi della descrizione che ne viene fatta in una delle tante pagine della rete. Di un simile processo, quello che tuttavia più colpisce è il fatto che l’attribuzione dell’etichetta diagnostica offre alle persone che ne sono destinatarie l’occasione per sentirsi meno responsabili di quello che fanno, con il risultato che sempre più comportamenti sono ritenuti delle malattie e dunque non più «controllabili» per mezzo della propria volontà. È nota la risposta che molti tossici avanzano a chi chiedesse loro perché si drogano: «è la malattia» rispondono, come se tutti quei piccoli comportamenti messi in atto per procurarsi e poi per farsi una dose non fossero affatto suscettibili di autocontrollo. Come scrive Daniel Akst nell’Elogio dell’autodisciplina, «molti comportamenti che un tempo erano imputabili alla debolezza di carattere – l’abuso di droghe, l’ossessione per il gioco e così via – sono stati medicalizzati e sottratti alla responsabilità individuale, rendendo così sempre più estesa la gamma delle azioni che sfugge alla nostra capacità di controllo». E a questo proposito è esemplificativo quanto ha fatto lo scorso settembre una donna in un supermercato fiorentino, quando, bloccata da un vigilante mente cercava di uscire senza pagare (140 Euro), ha sfoderato dalla tasca un certificato medico dicendo: «sono cleptomane, è scritto qui». E in effetti ciò che poi ha letto sul certificato l’addetto alla sicurezza recitava queste parole: «affetta da impulsi che la spingono ad appropriarsi indebitamente di oggetti». Una circostanza che rimanda a quanto riporta Daniel Akst nel suo libro, a proposito di quel collaboratore del governatore di New York che finì nei guai per aver evaso le tasse per cinque anni. «Sapete qual è stata la difesa del suo avvocato? Ha detto che era affetto da ‘sindrome anticompilativa’ della denuncia dei redditi».
E allora noi rilanciamo, a difesa di tutti gli esauriti che volessero sgravarsi della responsabilità dei propri comportamenti, la tessera dell’Unione Italiana Psicolabili (U.I.P.), che autorizza a comportarsi da inebetiti in qualsivoglia contesto sociale, esentando dal sentirsi inferiori oppure oggetto di un giudizio negativo da parte degli altri. Scaricatela, compilatela e mettetevela nel portafogli. Non dovrete più preoccuparvi di fare brutta figura, e l’impunità l’avrete assicurata.




martedì 13 dicembre 2011

Nevrosi compilatoria

Come giustamente mi fa notare il mio amico Marchese Ugo De Rossi, dandomi anche del cretino, il post precedente è ridondante e finisce per parlare degli pseudolibri più di quanto il motivo ispiratore del post, Il libro dei libri di Luca Giorgi, autorizzasse a fare.  Ignora tuttavia il mio amico (o fa mostra di ignorare) che chi scrive è affetto da quella che Pablo Echaurren chiama, a pagina 18 degli Introvabili (Biblohaus, Macerata 2011), Nevrosi compilatoria, la sindrome per cui una persona è spinta a trasformare tutto in una lista, sindrome che ovviamente fa della follia inglobatoria uno dei suoi principali sintomi. Varrà la pena, tanto per non perdere l’occasione per fare una lista, e tentando di dare «anche un minimo di ordine al caos della vita», di ricordare anzitutto che a fare liste non hanno certo cominciato Fabio Fazio e Roberto Saviano in Vieni via con me; piuttosto, come scriveva Stefano Bartezzaghi, in un articolo apparso su Repubblica il 24 luglio scorso, erano già delle liste «le genealogie dell’Antico Testamento o il Catalogo delle navi dell’Iliade»; come pure faceva delle liste «Woody Allen quando su un famoso divanetto newyorchese procedeva tramite microfono alla masturbazione mentale delle cose ‘per cui vale la pena vivere’»; ancora, «nell’ultimo Gustave Flaubert è dalla lista che incomincia la resistenza all’assedio della stupidità umana»; e ancora val la pena citare L’incendio in Via Keplero di Gadda, il Supe-Eliogabalo di Arbasino e il lavoro di Eco che tanto sarà piaciuto al mio amico marchese, Vertigine della lista
Si occupava infine di liste la casalinga di Cracovia Janina Turek, che nascondeva nel proprio armadio ben 728 quaderni, trovati nel 2000 dopo la sua morte dalla figlia Ewa Janeczek, in cui aveva preso nota, dal 1943 al 2000, di tutto quello che faceva. Così, in più di cinquant’anni ella aveva registrato quante telefonate aveva ricevuto e da parte di chi (38.196), quante volte aveva telefonato a qualcuno (6257 volte), dove e chi aveva incontrato per caso e salutato con un «buongiorno» (23.397), quanti appuntamenti aveva fissato (1922), quanti regali aveva fatto, a chi e di che genere (5817), quanti regali aveva ricevuto (10.868), quante volte aveva giocato a bridge (1500), quante volte aveva giocato a domino (19), quante volte era andata a teatro (110), quanti programmi televisivi aveva visto (70.042), e via discorrendo. (Vai a Reality di Mariusz Szczygieł per proseguire la lettura della lista).



lunedì 12 dicembre 2011

Come sviluppare l'autostima del gatto


Segnalo l'uscita, presso Bella Bestia Editore, del volume Come sviluppare l'autostima del tuo gatto dello psicologo veterinario Renato Uggieri, già autore di Come ottenere il meglio dal tuo canarino, Cura dell'impotenza nel San Bernardo e L'interpretazione dei sogni nel macaco da appartamento.

Silvia Maria Rapetti nell'Introduzione scrive: «Un manuale moderno ed efficace rivolto all’amante del felino che vuole il meglio dal proprio piccolo amico. Un prezioso aiuto illuminato dalle geniali intuizioni del fondatore della Pet Psicology».




A chi fosse interessato alla provenienza del libro di Renato Uggieri, suggerisco di fare riferimento al volume di Luca Giorgi dal titolo Il libro dei libri, uscito nelle settimane passate presso Mattioli1885. Si tratta ad ogni modo di un volume appartenente alla tradizione dei cosiddetti pseudobiblia, a cui anche wikipedia dedica una pagina che trovate cliccando qui
Per un ulteriore approfondimento rimando comunque al lavoro di Paolo Albani, Mirabiblia. Catalogo ragionato dei libri introvabili oppure anche al suo Sosia laterale, di cui specificatamente suggerisco la lettura di Come diventare vecchi. In riferimento a Mirabiblia già citavo su questo blog, in uno dei primi post, i seguenti volumi d’argomento cacopedico: L’immaginazione artificiale (Milano, D. Benati & Figli, 2001), I calzini del Metterling come espressione della Madre Fallica (Journal of Psychoanalysis, nov. 1935), Psicopatologia della vita condominiale nei piccoli centri prealpini in età scolare (Torino 1990), Plurilinguismo e monomania a confronto (Portovenere 1990), Casi di petrarchismo comatoso trattati con insulina (Lavagna 1990), Intossicazioni lessicali nei soggetti esposti al vocabolario (Bordighera 1990), Varianti degeneri e perdita della pazienza nella critica del ‘900 (Bordighera 1990), Il mobilio dell’io e gli stili dell’es (Mentone 1990), Studio sul modo di produrre artificialmente il genio (Milano, L’Altrieri, 1955), Caratterologia dei pantaloni (Milano, Benedikt Pfaff, 1935), La vita burocratica ossia del modo di diventare rispettabilmente cretini (Milano, L’Altrieri, 1955). 
A chi non bastasse la consultazione di Mirabiblia, suggerisco il volume di Theodor Saretsky, Il sesso come sublimazione del tennis (Mondadori, Milano 1988), in cui è possibile avvicinare una vasta letteratura ancora tutta da divulgare del maestro Freud; riporto alcuni titoli: Fissazioni masturbatorie e impugnatura occidentale, Invidia del pene e racchetta a padella, L’angoscia da tennis interruptus
Ancora, un'altra vivacissima antologia ove sia possibile rintracciare altri pseudolibri d’argomento psicologico è quella curata da Russel Ash e Brian Lake, I libri più assurdi del mondo (Castelvecchi, Roma 2007), ove compaiono Esposizione e rimozione del cervello (Health Series Consortium, 1984), L’età avanzata. Cause e prevenzione (Physical Culture Publishing Co., New York, 1912), La scrittura del malato di mente (J. Churchill and Sons, 1870), Come diventare schizofrenico (Apollyon Press, Everett, Washington, 1992), Il significato inconscio dei capelli (Gorge Allen and Unwin, London, 1951), L’alcolista autodidatta (EUP, London, 1975), Come otturare le carie mentali (Malboro, Beverly Hills, Ca 1978), Cosa dire quando si parla da soli (Grindle Press, Scottsdale, Ariz, 1982).
Segnalo ancora, in tema di pseudobiblia, Gli introvabili. Futurismo shock di Pablo Echaurren, uscito recentemente presso Biblohaus, di cui potete leggere la Postfazione di Paolo Albani andando qui.




domenica 11 dicembre 2011

La pazzia spiegata dai bambini


È una chicca assoluta questo volume di Cesare Viviani dal titolo La pazzia spiegata dai bambini, apparso presso la casa editrice Il Formichiere nel 1976 e ad oggi praticamente introvabile. L’Autore, Cesare Viviani, psicoanalista ma meglio noto come poeta e scrittore, già autore presso Sugarco, nel 1974, di Psicanalisi interrotta. Il «vissuto» e i «perché» di ventotto interruzioni di analisi, rivolge in questo lavoro a millequattrocento ragazzini, tra gli otto e i tredici anni, le domande «Che cos'è la pazzia? E che cosa si potrebbe fare per coloro che sono considerati pazzi?», ottenendo in cambio un piccolo trattatello sulla malattia mentale tanto struggente quanto esilarante.

F.G. di IV elementare: «Per me la pazzia è una malattia grave per le persone, perché quando le persone sono pazzi non capiscono più niente macari un pazzo litica con un uomo sano che non è pazzo e quell’uomo che è pazzo non capisce più niente, io una volta ho visto un uomo che era pazzo io passo e quell’uomo ma detto ei lo sai che cinque più cinque fa nove e io non gli o detto niente».
A.R. di IV elementare: «Io conosco un pazzo che una volta si è litigato con una signora e voleva mettere una bomba sotto casa sua».
L.M.D. di III media: «La pazzia è una ragazza di nome Gianna, che mi ha dimostrato come una persona semi-normale diventi pazza. In questo caso il male non è curabile».
Rulli Raffaella IV elementare: «Secondo me la pazzia è una malattia della mente che può venire anche per causa del sistema nervoso, e non si può guarire. Dipende quale forma di pazzia hanno, esempio c’è chi si crede Napoleone, bisogna trattarlo come lui si crede».
Bonsignore Angela di IV elementare: Io conosco una bambina che si chiama Frati Liliana, questa bambina fa ogni giorno una pazzia, un giorno d’inverno è venuta con le mezze maniche che pazzia! Però la pazzia è uno (pazzo come magari un pazzo) che si butta dal sesto piano, è una pazzia. Per me un pazzo si dovrebbe curare con gentilezze e non con prepotenze. Esempio di manicomi: i matti per punizione li legano al letto. Questo non è curare con amore».
G.A. di I media: «Nel mio cortile c’è una signora che è considerata pazza, una volta è scesa in cortile in camicia da notte chiamando il gatto che era sull’albero. Io vorrei aiutare queste persone pazze e farle comunicare con il prossimo e lasciarle la libertà che per loro purtroppo non esiste. E dar loro la fiducia necessaria».
Caterina Strambo di I media: «Secondo me la pazzia è una malattia che viene stando in manicomio e stando rinchiusi molti uomini ritenuti pazzi non sono pazzi ma siccome dicono cose contrarie al potere e così vengono portati in manicomio e vengono inventate per loro cause false e così questo uomo può diventare pazzo davvero ci sono però degli uomini che sono veramente malati ma non è rinchiudendoli che si guariscono ma peggiorano secondo me per guarire queste malattie bisognerebbe capire i loro problemi e cercare di vedere di toglierli».
Rossi Fulvia di V elementare: «La pazzia secondo me è una malattia come tutte le altre come se uno avesse la febbre e invece l’altra e pazzo. Un signore è in pazzito perché li è morta la moglie in un iccidente e quel signore è impazzito per quello. Secondo me coloro che sono pazzi si deve curarli. I pazzi potrebbero portarli in manicomio e dai psichiatra e farli curare da loro».
Pedrazzi Milena di III elementare: «Per me la pazzia può dipendere da un esaurimento nervoso da una persona molto fantasiosa. Infatti quante volte succede che qualcuno viene considerato pazzo, solo perché racconta delle cose irreali, o fuori dal normale? Quindi io credo che l’unico rimedio contro questa malattia, sia quelo di aiutare queste persone cercando di fargli vedere la realtà vera reale anche se per loro potrà essere un brutto colpo».
Riccardo Almasio di III media: «Secondo me la pazzia è una cosa astratta, che non esiste; è una forma d’esaurimento nervoso, o un complesso (d’inferiorità o superiorità troppo accentuato), o perché si sentono esclusi da un mondo consumistico. Per fare qualcosa per queste persone bisognerebbe riinserirli nella società però per far questo bisognerebbe cambiare mentalità a molta gente ignorante che crede i così detti ‘matti’ degli esseri da escludere. E cambiando la mentalità si cambierebbe anche questa società consumistica che fa perdere all’uomo ogni sua volontà di far quel che vuole».
M.B. di V elementare: «Secondo me la pazzia è una malattia che uno gli viene perché un amico lo continua a disturbare. Si potrebbero inventare delle medicine, o studiare il corpo: specialmente il cervelo che manda gli ordini a tutte le parti del corpo».
V.L di IV elementare: «La pazzia secondo me è uno che va pazzo per una cosa un’oggetto o un cibo».
Katia Carteggi di IV elementare: «Secondo me la pazzia e quando presempio mia madre mi chiede vai a fare la spesa e io gli rispondo no. Mia madre si nervosisce e allora la pazzia per me è così! Per me quanto vi ho raccontato nella prima domanda bisogna calmarla quella gente che fa così!».
Giancarlo Boni di II media: «Secondo me la pazzia è un ragazzo che diventa pazzo che la sua madre non li vuole comperagni i giocattoli. Bisogna metterli in un collegio e quando io ero a Grosseto andava a scuola per una pazzia».
Mauro Arnaghi di IV elementare: «Secondo me la pazzia è una malattia che quando uno batte la testa forte contro qualcosa diventa pazzo. E bisognerebbe guarirlo mettendogli a posto la testa e intanto metterlo in un posto dove non possa fare pazzie».
Boisotti Luigi di II media: «Secondo me la pazzia e una cosa dove si sta in un ambiente troppo rumoroso viene una crisi di nervi. Poi quando si va a casa e i figli fanno rumore la crisi di nervi si fa più sentire e perché viene la pazzia».
C.C. di V elementare: «Per me la pazzia è una malatia che bisogna curare perché non è colpa loro se sono ammalati di mente ma è anche un po’ colpa della gente che li circonda e li costringe a diventare pazzi, ma non in casi che uno è pazzo dalla nascita».
Marco Iuzzi di V elementare: «Secondo me la pazzia è quando uno si mette in testa un’idea assurda. Secondo me per fare guarire un pazzo si deve fargli un certo lavaggio del cervello che toglie quest’idea assurda».
Paolo Oldani di IV elementare: «È uno che tirano fuori dalla pancia della mamma prima di tempo allora non fa tempo a maturare bene, ecco che cos’è la pazzia. Bisogna cercare di capire quello che considera lui di bello».
T.M. di V elementare: «Per me la pazzia è un male molto forte e noioso pieno di grida. Bisognerebbe farli stare con qualcuno calmo e paziente che li distragga un po’ e farli giocare come dei bambini».
M.V. di III media: «E una cosa divertente è uno che non riesce a pensare e se pensa pensa cazzate. Si possono curare all’INAM. È una buona mutua per pazzi».



Recensione a Come diventare malati di mente

Segnalo che sul terzo fascicolo del 2011 della rivista Psicoterapia e scienze umane è apparsa una recensione a Come diventare malati di mente a firma di Antonella Mancini. La riproduco in parte di seguito. Per completare la lettura cliccare sul link indicato di seguito.

Sbaglierebbe chi fosse indotto dal titolo a prendere questo libro alla leggera, come se si trovasse di fronte all’ennesimo pamphlet alle prese con la schiera di addetti «psi» e con le loro malefatte quotidiane. Questo invece è un libro semi-serio. Anzi serio. A qualcuno potrà apparire persino troppo serio.
Poco originale nel contenuto, più originale nell’impianto, questo volumetto è un utile promemoria per i distratti. Al centro vi è la questione della medicalizzazione crescente della sofferenza umana e della psichiatrizzazione della vita, con la delega alla medicina di problemi di natura sociale ed esistenziale. Come corollari, le questioni della responsabilità e della colpa nel processo patologico, della labilità del confine tra salute e malattia, dell’artificiosa proliferazione dei quadri tassonomici e, su un piano più etereo, la questione della predizione in psicologia, e cioè dei criteri mai risolti della sua scientificità.
Come dire che siamo «nel cuore» delle discussioni che affliggono da sempre le anime più attente della nostra professione. Difficile affrontarle con linguaggio piano e scarno del «dibattito scientifico», perché probabilmente si perderebbero fra le tante altre discussioni, nella noia generale con cui ci si avvicina a questi temi per sfiorarli e subito rifuggirli. Consapevole del fatto, l’Autore, Matteo Prati, tenta una manovra audace, capovolgendo i termini e la logica dell’operazione. Il risultato è che il libro va letto all’incontrario. Ciò presenta due vantaggi: il primo è che, in forza del paradosso, tutto il discorso si svolge a cavallo tra il vero e il falso, tra ironia e serietà col risultato di farne una lettura divertente e ilare; il secondo è che il lettore è costretto a pensare, a metterci del suo e a prender posizione, se non altro per capire se l’Autore crede in ciò che dice o se si sta prendendo gioco di chi legge. Infine a lato, l’espediente retorico del paradosso non è esente da una certa civetteria, ricollegandosi a una tradizione letteraria antica e ormai in disuso, dove favole, dialoghi e apologhi satirici sono stati mezzi per fustigare i costumi: Mandeville insegna.

Per completare la lettura clicca qui




sabato 10 dicembre 2011

Picchiatello compatito

Oggi un amico discretamente picchiatello, al quale ho suggerito qualche seduta di psicopompaggio, mi ha detto: ci si sente così bene ad essere compatiti dagli altri.




Winnicott in seduta




domenica 4 dicembre 2011

Come diventare degli Eterni Svegliati

Segnalo l'uscita, presso Campanotto Editore, del ventesimo fascicolo della rivista Tèchne, diretta dal sessantacinquenne Paolo Albani, già autore del Dizionario degli istituti anomali del mondo e di Forse Queneau. Enciclopedia delle scienze anomale. Questo numero di Tèchne è dedicato alle Modeste proposte, sulla falsariga di quella avanzata da Jonathan Swift di mangiare i bambini per risolvere la crisi economica in Irlanda nel secolo XVIII. Potete leggere una piccola anticipazione cliccando qui. Potete leggere invece di seguito il mio contributo: Come diventare degli Eterni Svegliati. Modesta proposta per una vigilanza perpetua.


È venuto il tempo di modificare noi stessi. La corrente trascina, appariscono i segni. I medici non si contentano più di guarire le malattie ma vogliono guarire ciò che appariva finora come buona salute. Il dottor Robin ci ha insegnato a non far figlioli; il dottor Guelfa c’insegna a non mangiare, ed io sottoscritto, dottore Schlaf, v’insegnerò finalmente a non dormire!
Giovanni Papini, Buffonate, Vallecchi, Firenze 1914.

C’è voluto almeno un secolo perché gli studi sulla malattia del sonno effettuati all’inizio del Novecento dal dottor Georg Schlaf ricevessero finalmente, da parte della comunità scientifica internazionale, l’attenzione che meritavano. Già nel lontano 1914 l’illustre studioso si era convinto che «il sonno è semplicemente un barbarico sperpero di tempo e un tradimento continuo alla legge del progresso»; un secolo dopo ecco che l’Accademia di Medicina decide finalmente di farsi carico della Sindrome da sonnolenza notturna, un disturbo che ad oggi ha finito per affliggere, complice la sottovalutazione che finora è stata fatta delle invalidanti conseguenze che ne derivano, l’intera popolazione del nostro pianeta. È infatti solo nei paesi più avanzati come la Finlandia e il Giappone, dove rispettivamente solo l’88 e il 79 per cento della popolazione soffre di Sonno Notturno, che si cominciano a raccogliere i primi risultati dei trattamenti a base di Modafinil, una pillola capace di dimezzare il fabbisogno di sonno e di permettere quarantotto ore di veglia ininterrotte; a torto, tuttavia, si è parlato di questo farmaco come della «pillola per non dormire più», dal momento che dopo le quarantotto ore di vigilanza è inevitabile andare a riposarsi per almeno otto ore. Si tratta a nostro giudizio di un risultato ancora insoddisfacente, dal momento che se il Sonno Notturno è stato riconosciuto a tutti gli effetti una malattia, non si vede per quale ragione ci si debba accontentare di curarla soltanto per un tempo così limitato; piuttosto, sarà utile partire dalla domanda: come può essere possibile abolire completamente il bisogno di dormire? L’approccio che qui proponiamo risiede nel convincimento che il Sonno Notturno sia essenzialmente la conseguenza di una serie di stimoli di cui finiamo per circondarci tipicamente nelle ultime ore della giornata, in grado di attivare nel nostro cervello quelle dinamiche psicologiche capaci di affievolire sempre più la nostra capacità di rimanere svegli. Si tratta di un approccio innovativo che sempre più riscuote credito nelle odierne scienze umane; d’altra parte non si vede per quale ragione, se ammettiamo che la malattia dei tossicodipendenti dipende dalla disponibilità della droga, oppure che la bulimia sia praticamente una conseguenza della disponibilità del cibo, non sia possibile pensare al sonno come il risultato della presenza del letto, con tutto ciò che generalmente l’accompagna: l’oscurità, la buona temperatura, un buon pigiama. In fondo, chi non ha assistito, in qualche occasione della propria vita, ad una remissione della Sindrome da sonnolenza notturna a causa di un letto troppo corto o di una stanza da letto malamente oscurata? Ora, se è vero che ciascuno di questi elementi favoriscono una remissione del sonno senza tuttavia estinguerlo del tutto, cosa potrà accadere se invece che uno per volta questi fattori disturbanti si presentassero tutti simultaneamente? L’approccio terapeutico che proponiamo si basa essenzialmente nel rimuovere dalle nostre case tutto ciò che finora ha reso possibile il nostro sonno, finendo in questo modo per perpetuarne la presenza. Certo è vero che se finora il nostro arredamento abbiamo finito per organizzarlo anche in considerazione del tempo da passare sdraiati, probabilmente ci saranno nella nostra psicologia dei convincimenti che ci legano al sonno con un legame più solido di quanto la presenza del letto, presa da sola, riuscirebbe a garantirci. Comprensibilmente dunque il modello psicopatologico che abbiamo elaborato in relazione al Sonno Notturno prevede una sequenza di eventi, sia psicologici che comportamentali, che in un ambiente opportunamente organizzato, finiranno precisamente per farci dormire nel modo che tutti conosciamo. È possibile comprendere questo modello psicopatologico osservando la figura più sotto, ove sono messi in evidenza quei pensieri che tipicamente, nell’esperienza di tutti i malati, finiscono per attivare il sonno, che sono: «è l’ora di andare a dormire» oppure «sono stanco». Fin dall’antichità, le persone hanno avviato a reagire a questi pensieri spingendosi prioritariamente verso la camera da letto, trascurando quei comportamenti alternativi che invece, come vedremo tra poco, sono centrali nel trattamento del disturbo. Assistere inoltre, una volta assunta la posizione da sdraiati, ad una remissione della stanchezza accumulata durante il giorno, agisce da rinforzo sulla decisione di dormire risalente a poche ore prima; ma chi non potrebbe testimoniare, in forza dell’esperienza accumulata nelle rare volte in cui si è rimasti svegli tutta la notte, che è possibile assistere alla scomparsa della stanchezza anche attraverso altri impieghi diversi dal dormire? D’altra parte se ogni sera, la stragrande maggioranza delle persone decide di andare a letto, lo fa anche in forza di tutta una serie di convincimenti sul sonno che prevedibilmente durante il percorso di cambiamento dovremo andare a bersagliare; si tratta di convincimenti designati nel nostro modello come Convincimenti Erronei (vedi la figura), che rappresentano l’altra sequenza importante della malattia, destinata a condurre tutti i malati a considerare il sonno come qualcosa di assolutamente indispensabile, unitamente ad una sottovalutazione di tutte quelle occupazioni che, al pari del dormire, sarebbero comunque in grado di fornirci un po’ di ristoro, consentendoci tra l’altro di fare qualcosa di utile. Ecco di seguito un elenco dei principali Convincimenti Erronei che sarà importante considerare:

  • ho bisogno di almeno 8 ore di sonno per sentirmi fresco, riposato e per poter funzionare bene durante il giorno;
  • sono preoccupato che mi possa venire un esaurimento nervoso se rimango una o due notti senza dormire;
  • per essere ben sveglio e per funzionare bene durante il giorno devo dormire ogni notte almeno 8 ore;
  • quando durante il giorno mi sento nervoso, depresso o ansioso è soprattutto perché non ho dormito la notte;
  • ho paura di morire se non dormo;
  • se non dormo corro il rischio di rovinarmi la vita e non riuscirò a fare quello che voglio.

Una volta assunta la posizione da sdraiati, ecco che facilmente il sonno prenderà il sopravvento sulla veglia, e chiaramente, giunti a questo punto dell’esposizione, riusciremo a cogliere nell’esistenza del letto, delle coperte, del pigiama, nella stessa camera da letto, i principali Fattori Perpetuanti la malattia, fattori che quanto più saranno comodi tanto maggiormente consolideranno il circolo psicopatologico; così ogni notte si può pensare che è per certi aspetti la stessa presenza del letto a farci cadere nel disturbo, senza che nessun malato sia capace di rendersi conto quanto anche la propria psicologia giochi un ruolo assolutamente importante.




L’approccio terapeutico che modestamente proponiamo mira ad intervenire sui due principali aspetti della malattia, che sono i Convincimenti Erronei e i Fattori Perpetuanti (pigiama, letto, coperte, etc.); prevedibilmente, l’esito del trattamento dovrebbe incidere sull’interpretazione che tutti i malati fanno solitamente della propria stanchezza o dell’ora che osservano guardando l’orologio, e anziché dirsi «è l’ora di andare a dormire» oppure «sono troppo stanco, vado a letto», il risultato sarà di predisporsi verso una nuova occupazione, come mettersi a cucinare o pulire il bagno. Il percorso terapeutico potrà dirsi concluso quando avremo un dormiglione che ora finisce per stare sveglio sulle 24 ore, sempre energico e pieno di iniziative, e che potrà dirsi, citando Benjamin Franklin: «svegliamoci, poltroni, viviamo. Dormiremo abbastanza nella tomba».
            Pensare che non dormire una o più notti sia una cosa estremamente drammatica, tale da provocare danni fisici e psicologici gravissimi, sarà prevedibilmente un pregiudizio duro a morire, che tuttavia possiamo cominciare a mettere in dubbio riflettendo sull’esperienza di Randy Gardner, un diciassettenne di San Diego che nel 1965 rimase sveglio ininterrottamente per oltre undici giorni. Il medico che seguì il ragazzo durante l’esperimento, il dottor William Dement, dichiarò successivamente in un’intervista: «Randy non ha avuto, durante la veglia, nessun comportamento psicotico o paranoide e nessuna apprezzabile alterazione della sfera emotiva». Dopo l’insolita esperienza, Randy stesso rilasciò delle dichiarazioni alla stampa in merito a come si era sentito durante quei lunghi undici giorni, precisamente 264 ore e 12 minuti. Nel rispondere alle domande dei giornalisti, pare che si comportasse in maniera assolutamente impeccabile, e a chi gli chiedeva cosa servisse per rimanere svegli così a lungo sembra che rispondesse: «basta volerlo». D’altra parte è noto come la forza di volontà possa spingere un individuo a fare cose che ad altre persone risulterebbero estremamente faticose; si pensi che già Leonardo da Vinci, il quale dall’alto del suo genio riteneva il sonno, al pari della lussuria e l’ingordigia, una delle brutture dell’esistenza, era solito dormire quindici minuti ogni due ore, totalizzando alla fine della giornata un tempo di inattività pari a centottanta minuti; praticamente meno di un terzo di quello che caratterizza la giornata delle persone cosiddette normali. Ai Convincimenti Erronei che abbiamo considerato sarà dunque possibile opporre altre considerazioni in grado di incrinare la nostra resistenza al cambiamento; al posto di «se non dormo muoio», converrà ricordarci che nessun essere umano dall’antichità ai nostri giorni è mai morto di sonno; che la mancanza di sonno non compare tra le cause di nessun tipo di esaurimento nervoso; che le persone che abitualmente dormono molto invece di risvegliarsi più fresche e vive degli altri appaiono quasi sempre più intorpidite, quando addirittura sembrano non saper parlare né pensare. Per cominciare a non dormire si ricordi tra l’altro quanto dice in merito anche la saggezza popolare: «agli uomini bastano 4 ore di sonno, alle donne 5, agli imbecilli 6».
            Una volta raggiunta una buona capacità riflessiva in ordine al bersagliamento dei Convincimenti Erronei, sarà utile considerare più approfonditamente tutti quei pensieri in grado di facilitarci la veglia, pensieri che nei manuali sul sonno più tradizionali vengono attribuiti alle persone affette dalla cosiddetta Insonnia. Sembra che i principali pensieri capaci di mantenerci desti siano quelli relativi ai problemi che ci sono in famiglia, alle malattie, preoccupazioni e rimpianti, e alla morte. Altre cose a cui pensare per contrastare la spinta verso il letto possono essere:

  • attività da svolgere il giorno dopo;
  • alle inquietudini che proviamo;
  • alle cose di lavoro;
  • ai suoni che ci circondano;
  • alle situazioni che ci hanno fatto star male;
  • agli errori che abbiamo fatto durante la giornata.

Si ritiene che la persona che avesse una buona motivazione a guarire non dovrebbe trovare particolari ostacoli per contrastare la tendenza al riposo; tuttavia è chiaro che un’attività mentale più congruente alla veglia dovrà essere efficacemente sostenuta da qualche occupazione che ne potenzi gli effetti, fermo restando l’accortezza di evitare quei passatempi in grado di acuire il nostro desiderio di metterci sdraiati. Le principali attività alternative da considerare possono essere:

  • programmare un viaggio;
  • imparare una nuova ricetta;
  • cantare una canzone;
  • fare fotografie;
  • riparare qualcosa;
  • fare un cruciverba;
  • sognare a occhi aperti;
  • tagliare la legna;
  • giocare con il gatto;
  • ricostruire un puzzle;
  • giocare con il computer;
  • mangiare.

Nei primi giorni del trattamento potrà essere utile sostenersi anche attraverso l’assunzione di sostanze stimolanti come la caffeina o la nicotina, facendo tuttavia attenzione a sospenderle al momento della comparsa dei primi risultati, pena il rischio di diventare dei tossicodipendenti invece che degli insonni. Alle persone che fossero palesemente sempre addormentate, che tuttavia aspirassero a guarire dal Sonno Notturno, si suggerisce di prestare attenzione a quella strategia usata per esempio da Salvador Dalì, grande insonne volontario, per evitare di addormentarsi; sembra che il maestro si predisponesse a riposarsi sempre con un cucchiaio in mano, sospeso sopra un piatto di latta: bastava che si assopisse un po’ perché il cucchiaio, scivolandogli di mano e sbattendo sul piatto, lo risvegliasse.
            L’ultima parte del trattamento della Sindrome da sonnolenza notturna prevede l’intervento su quelli che abbiamo denominato Fattori Perpetuanti, come il letto, il pigiama, le coperte. Va da sé che quell’individuo che fosse finalmente in grado di rimanere sempre sveglio, non avrà alcuna ragione per mettersi in pigiama, e certamente considererà l’esistenza dello stesso letto un ingombro inopportuno all’interno della propria abitazione. Piuttosto, potrà ora rallegrarsi di poter destinare l’intera camera da letto ad uno scopo più utile che il semplice dormire, acquistando quindi non solo qualche metro quadro di pavimento ma molto, molto di più. Finalmente ci potremo considerare degli Eterni Svegliati, operosi e sempre presenti a noi stessi; e se davvero saremo stati in grado di mettere per esempio il frigorifero al posto del nostro letto, ben consapevoli di non possedere alcun pigiama, certamente tra le prime cose da gettare, potremo davvero avere la certezza di non addormentarci mai più. Molto semplicemente non si saprebbe dove assopirci, e quindi assai spontaneamente riusciremo a impiegarci in qualche nuova e magari divertente occupazione.




Psicologi e altre malattie

Chi credesse che trattare gli psicologi come una malattia sia soltanto l’ultimo capriccio dei detrattori della psicoanalisi, dovrà ricredersi molto rapidamente una volta aperto Psicologi e altre malattie, il libro che l’Editrice Inapparente manda in stampa proprio in questi giorni, che riprendendo una dimenticata posizione di Freud relativamente alla psicoanalisi tratta di come gli psicologi siano diventati oggigiorno una vera e propria malattia. È poco noto infatti quanto Freud disse a Jung e Ferenczi a bordo del transatlantico George Washington, in arrivo nel porto di New York dopo nove giorni di navigazione, dopo esser partito da Brema alla volta della Grande Mela precisamente il 20 agosto del 1909. «Non sanno che portiamo loro la peste!» esclamò Freud rivolgendosi ai colleghi, inaugurando in questo modo quelle che saranno ricordate come le conferenze americane del maestro viennese, tenute precisamente presso la Clark University di Worcester e aventi per tema, ovviamente, la psicoanalisi. Freud sapeva di diffondere una malattia ma sbagliò grandemente a pensare che si trattasse di peste, una malattia rapida e violenta. C’è voluto un secolo e l’acume di Calogero Tamaro, psicoanalista di formazione cacopedica e già autore dell’Amico a pagamento e la Stupidità autoindotta, per concludere che fu piuttosto la lebbra, una malattia lentissima, ad esser diffusa da Freud e sodali durante la loro trasferta americana. Infatti la psicoanalisi, come la psicoterapia, o meglio, come la lebbra, è una malattia della lentezza, che non smette ad un secolo di distanza di ammorbare chiunque le si avvicinasse. Se è pressoché impossibile fare una stima dei picchiatelli in cura dagli psicologi, si potrà almeno parlare della diffusione di questi, che raggiungono in Italia punte di diffusione davvero allarmanti. Tra il 1994 e il 2008 si è registrato un incremento degli psicologi del 198 per cento. In aumento anche il numero di studenti in Psicologia, che ha raggiunto più di 68 mila iscritti nel 2007, per una crescita percentuale del 25 per cento rispetto al 1998. Gli psicologi europei risultano essere, complessivamente, circa 200 mila; di questi, ben 70 mila sono italiani. In altre parole uno psicologo europeo su tre è italiano.

Per l’acquisto del volume rivolgersi al Centro Studi Patologie Inapparenti.

Per approfondimenti clicca qui e vai alle pagine 3 e 4.



lunedì 28 novembre 2011

L'Intervento Psicologico Informale (IPI)

Già Freud parlava del furor sanandi: l'ostinazione con cui spesso gli operatori della salute (mentale) si avvicinano ai malcapitati pazienti, esercitando maldestramente un atteggiamento terapeutico che spesso di apprezzabile non ha neppure l'intenzione. Ma almeno gli psicoanalisti della prima generazione, pur ostinati a voler curare gli incurabili, sapevano adeguarsi ai capricci e alle resistenze dei propri interlocutori. È proverbiale l'attesa di cui Freud fu capace alle spalle di quella paziente che per ben tre mesi rimase stesa sul lettino senza aprire bocca, per risolversi infine a pronunciare quella parola che segnò la fine del suo mutismo analitico: frittelle. Freud fu capace di tollerare quel silenzio forse grazie alla propria autoanalisi, o magari perché le regole di comportamento della sua epoca gli imponevano di farlo. Rispetto ai primi anni del Novecento certo oggi le regole di comportamento sono cambiate, ma è probabile che pure delle autoanalisi difettose siano la causa di una scarsa disposizione, tra gli psicoterapeuti contemporanei, a stare zitti quando si trovassero di fronte a qualcuno che soffre. Ritenere che ogni persona, ogni volta che ci apparisse anche con una piccola smorfia sul volto, sia possibile destinataria del nostro intervento psicologico è senz'altro uno dei peggiori convincimenti attribuibili agli psicologi, in assoluto i professionisti più presuntuosi tra quelli in circolazione. Proprio in questi giorni sono venuto a conoscenza di quella che in ordine cronologico dev'essere la loro ultima trovata verbale: l'Intervento Psicologico Informale (IPI). Immaginate uno psicologo che serenamente cammina per strada. Ad un certo punto la sua attenzione viene assorbita da un uomo che piange. Va da sé che il Nostro si sente chiamato alle armi: fazzolettini, ascolto specialistico, domande con sorriso post-ischemico: ecco il professionista che si esercita nell'Intervento Psicologico Informale. Ma che bravo! Eppure, il giorno che mi raggiungesse per strada, vedendomi lacrimante, uno psicologo in divisa pronto a soccorrermi, avrò già pronta quell'unica espressione che varrà la pena rivolgergli: ma Vaffanculo!!



lunedì 19 settembre 2011

Psicopatologia politica

È doveroso rilanciare questo video, che certo è fatto apposta per essere ospitato su questo blog. Da sempre e ancora, per una psicopatologia autenticamente libera.


mercoledì 14 settembre 2011

Le devo qualcosa?

La scarsa considerazione per gli psicologi a volte capita che venga fuori con richieste singolari come quella che una paziente mi ha rivolto ieri sera, quando al momento di congedarla dopo la seduta mi ha chiesto: le devo qualcosa?

Risposta: ma no, io mi diverto a passare il tempo ad ascoltare persone come lei.

Ha pagato ed è uscita.





domenica 11 settembre 2011

L'Evoluzione Umana





La salute cerebrale degli europei

Lo stato della salute mentale e neurologica in Europa è oggetto di uno studio pubblicato dallo European College of Neuropsychopharmacology (ECNP) che indica come i disturbi mentali e neurologici siano diventati la maggiore sfida per la salute degli europei nel XXI secolo. Lo studio ha preso in esame 30 paesi (l'Unione Europea più Svizzera, Islanda e Norvegia) per una popolazione complessiva di 514 milioni di persone. Ecco i principali risultati dello studio: ogni anno, il 38,2% della popolazione europea - pari a 164.800.000 persone - va incontro a qualche disturbo mentale. I disturbi più frequenti sono rappresentati dai disturbi d'ansia (14,0%), insonnia (7,0%), depressione maggiore (6,9%), disturbi somatoformi (6,3%), dipendenza da alcol e droga (> 4%), deficit di attenzione e iperattività (ADHD , 5% nei giovani), e demenza (con una prevalenza dell'1% per la fascia d'età fra i 60 e i 65 anni e del 30% tra gli ultra ottantacinquenni). Fatta eccezione per i disturbi da abuso di sostanze e e da ritardo mentale, non sono state rilevate variazioni di rilievo in base al tipo di cultura o alla nazione di appartenenza. Non sono stati rilevati neppure indizi di un aumento complessivo dei disturbi mentali rispetto al precedente analogo studio condotto nel 2005, che tuttavia aveva preso in esame solo adulti e limitatamente a 13 possibili tipi di diagnosi. Fa eccezione l'aumento dei casi di demenza, dovuto alla maggiore aspettativa di vita. Rispetto ai dati del 2005 non è stato peraltro rilevato neppure un miglioramento nei tassi di trattamento dei disturbi mentali, che restano bassi: solo un terzo di tutti i casi riceve un trattamento. Chi riceve un trattamento lo ottiene inoltre con notevole ritardo, solitamente di diversi anni, rispetto all'insorgenza del disturbo, e raramente vengono somministrate le terapie più aggiornate. Se ai disturbi psichiatrici si aggiungono quelli di tipo neurologico (ictus, traumi cerebrali, morbo di Parkinson, sclerosi multipla), i disturbi al cervello, valutati sulla scala DALY, che misura gli anni di vita corretti per la disabilità, rappresentano il maggior peso economico relativo alla morbilità in tutta l'Unione Europea, assorbendo il 26,6% delle risorse. In particolare, le quattro condizioni più invalidanti (in termini di DALY) sono risultate essere depressione, demenze, uso di alcool e ictus.


http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/articolo/1349299




domenica 21 agosto 2011

Disordine Affettivo Primario


La Rivista dell’Etica Medica si propone di classificare la felicità tra i disordini mentali e di includerla nelle future edizioni dei principali manuali di diagnostica sotto questo nome: Disordine Affettivo Primario, di tipo piacevole. Da un esame dei principali testi risulta che la felicità è statisticamente anormale, è associata a una vasta gamma di anormalità cognitive, e probabilmente riflette un anormale funzionamento del sistema nervoso centrale. Una delle principali obiezioni alla proposta è che della felicità non si dà una valutazione negativa. Comunque è un’obiezione trascurabile dal punto di vista scientifico.

Con questa irresistibile definizione, che costituisce una delle numerose perle del romanzo Il teatro di Sabbath, il grande Philip Roth (in foto) invita a considerare la totale soddisfazione dei propri desideri – normalmente denominata felicità – come un disordine mentale, alla stregua della schizofrenia o della depressione.


Philip Roth, Il teatro di Sabbath, Einaudi, Torino 2006. Pag. 296.



Il succhiamento del pene


Grazie ad un’approfondita ricerca d’archivio mi sono imbattuto in quest’opera di assoluto interesse cacopedico. Si tratta di uno studio risalente al 1953 e pubblicato sulla Rivista Italiana di Stomatologia, dal titolo: Il succhiamento del pene, dal punto di vista psichico, pedagogico e stomatologico. Come ho potuto verificare, si tratta di un’opera estremamente rara, di difficilissima reperibilità, che tuttavia offro ai lettori di Psicologia Cacopedica in via del tutto esclusiva. L’Autore è il Dott. Giuseppe Kovacs, primario negli anni Cinquanta della clinica odontoiatrica dell’Università di Bologna. Buona lettura!


Non è infrequente nella pratica medica sentirsi porre il quesito di un rimedio alla cattiva abitudine del succhiamento del pene contratta da una donna (o da un uomo) con effetti più o meno manifesti sulla stessa posizione dei denti, tra gli altri d’ordine estetico o psicologico.

È il partner, di solito, che accompagna la paziente nello studio dello stomatologo o ne parla in una riunione amichevole profittando della presenza del medico. Il fatto è che con gradazioni più diverse la cattiva abitudine del succhiamento del pene costituisce una sindrome nota da tempo, che ha interessato studiosi della branca stomatologica e di altri orientamenti (lo psichiatra, lo psicoanalista, il pedagogo, ecc.) e che si pone via via all’attenzione del medico come un problema e che, come ogni altro fattore morboso, mentre mostra gradualità affettiva di differente portata, pone pure soluzioni diverse per giungere ad un unico fine: la cura, cioè la perdita della cattiva abitudine con gli effetti o i difetti organici locali più o meno stabilmente indotti.

Allo studio delle cattive abitudini in genere e a quella del succhiamento del pene in particolare hanno portato il loro autorevole contributo di osservazione e di studio numerosi AA. italiani e stranieri: De Vecchis, Maggioni, Palazzi, Muzj, D’Alise, Beretta, Pullen, Frey e Quintero, Kantorowicz, Korkhaus, Mack, Sweet, Massler e Wood, Hotz, Herpen, Griffin, ecc. ecc.

Le deformazioni morfologiche che il succhiamento del pene provoca nella regione antero inferiore cranica e più precisamente in corrispondenza dell’apparato dento-maxillo-facciale, più o meno considerevoli, sono in rapporto all’azione combinata di fattori complessi, classificabili in ereditari, di crescita e di sviluppo, e funzionali. Ognuno di questi fattori che si concretano in tendenze, impulsi e forze, può essere modificato da cofattori patologici (malnutrizione, malattie diverse, ecc.); oppure traumatici, dei quali fa parte, appunto, il succhiamento del pene. Questo agisce esercitando una pressione sulle arcate dentali e sui mascellari, determinando un quadro che il Mack chiarisce riportando gli 8 punti di Sweet sugli effetti dannosi che derivano dal succhiamento del pene, e cioè: sviluppo anormale delle ossa mascellari, di uno o di entrambi in relazione alla posizione del pene all’interno della bocca; stiramento delle ossa premascellari, che crea un’alta volta palatina con risultante deviazione del setto nasale e conseguente respirazione buccale; molte deformità e varietà di mordex apertus, agendo come fattore predisponente per il vizio di spingere avanti la lingua; un fattore influenzante la crescita eccessiva e l’ingrossamento delle tonsille; una traslocazione variabile dei denti; restringimento di ambedue le arcate dentali; gli incisivi centrali, essendo spostati anteriormente, sono molto più esposti alle fratture traumatiche; difetti di parola, per la conformazione di una volta palatina eccessivamente alta e lo spostamento dei denti.

Il riconoscimento della sindrome con le sue alterazioni organiche comportano la ricerca dei mezzi atti ad eliminare l’abitudine di succhiare il pene; e di conseguenza uno studio approfondito anche dell’eziologia stessa.

Già nel 1879 (30 anni prima dei psicoanalisti!) il pediatra Lindner affermava che il succhiamento del pene è non soltanto un fenomeno psicologico, ma riteneva che esso ha connessioni profonde col carattere sessuale del paziente. Naturalmente gli psicoanalisti e lo stesso Freud, nel suo lavoro sulla sessualità, descrivono ampiamente il fenomeno del succhiamento identificandolo come la ricerca di un piacere già provato nell’infanzia mediante il succhiamento del dito. La prima attività vitale dell’infante, il succhiamento del pollice, costituisce il motivo primordiale di questo piacere.

Per un efficace trattamento del succhiamento del pene non va considerata solo una cura psicoanalitica, ma qualsiasi trattamento psicopedagogico appropriato. Appunto l’importanza della questione sta nell’espressione appropriato, poiché i semplici divieti spesso non portano ad un esito soddisfacente.

Infatti, il Mack, tenendo in mente solo il fatto psicologico che un divieto porta ad una repressione psicologica, ad una frustrazione, prospetta una quantità di interrogativi: può il divieto causare un danno psicologico o morale? Si tratta veramente di una repressione? Quanto possono essere dannose le repressioni?

Le domande sono varie, ma la risposta può essere riassunta semplicemente nel modo seguente: con una certa probabilità si può supporre che il succhiamento del pene sia una manifestazione della libido in senso lato e, come già il Freud rileva, non è opportuno intervenire con divieti grossolani che potrebbero prevedibilmente condurre a dei danni psichici; ma un buon intervento persuasivo e psicopedagogico può evitare le conseguenze dannose di un’imperativa pressione.

Riguardo alla terapia, gli psichiatri inglesi English e Pearson affermano in una loro recente pubblicazione che è una superstizione occuparsi tanto della pretesa conseguenza deformante di questo vizio. Dicono, inoltre, che non esistono prove che dimostrino con sicurezza l’effetto del succhiamento del pene sulla deformazione della bocca o delle mascelle, eccettuate circostanze insolite, in massimo grado.

D’altro canto gli stomatologi e, tra questi, quelli più particolarmente versati in ortodonzia sono pressoché concordi nel ritenere che il succhiamento del pene dia notevole contributo alla etiologia delle mal occlusioni quale agente etiologico esogeno pertinente al gruppo delle abitudini viziate, ma come osserva acutamente il De Vecchis sono da tenersi presenti le riserve affacciate dal D’Alise, dal Wustrow, dal Kantorowicz, ecc. nel senso che senza il contributo endogeno e biologico, anche le cause abitudinarie meccaniche non sono sufficienti a provocare la disgnazia. A questo proposito il De Vecchis cita un caso nel quale il pene aveva plasmato nel palato di una donna la sua esatta impronta cosicché nel modello ricavato dal palato della paziente, la ricostruzione in gesso del pene collimava con estrema precisione riempiendo l’incavo provocato.

È pertanto poco verosimile la citata affermazione degli psichiatri inglesi come, d’altra parte, è esagerata la posizione del Mack quando vuol difendere l’intervento incondizionato su tutti i casi che si presentassero all’attenzione del clinico. Ad ogni modo, riguardo al trattamento, il Mack lo divide in due campi: psicologico e locale. Qui occorre attentamente distinguere, perché una gran parte di ciò che l’Autore citato considera trattamento locale, è in realtà un trattamento psicologico, benché eventualmente inefficace o, talora, errato.

Il partner toglie il pene dalla bocca della donna oppure ripetutamente ricorda alla compagna di non assumere l’atteggiamento viziato. Questo metodo dà scarsi risultati, ma se viene fatto con garbo non porta con sé alcun danno. Mentre il Mack considera questo come un metodo locale, è ovvio che esso è nettamente psicologico, come anche il seguente.

Il partner forza la compagna a succhiargli il pene, finché ella desidera rimuoverlo dalla bocca, essendosi stancata. È inutile dire che un comportamento simile da parte del congiunto denota pressoché una tendenza sadica; e che, anche nel caso improbabile del successo, originerebbe una tale ripercussione sulla psiche della donna da superare sicuramente i vantaggi conseguenti all’abbandono della cattiva abitudine del succhiamento.

Medicinali di cattivo gusto sono applicati localmente al pene; un rimedio che tuttavia non parrebbe particolarmente promettente, poiché le donne più avvedute asportano o levano semplicemente il medicinale stesso. È da notare poi, come personalmente abbiamo spesso osservato, che le donne si abituano lentamente alla sostanza di cattivo gusto.

In conclusione, appare doversi concordare con Lubit che consiglia di contornare le donne di affetto, di adeguati divertimenti e, soprattutto, di un senso di sicurezza; ma per arrivare a questo occorre applicare una sana psicopedagogia, la quale, benché esuli dal campo stomatologico propriamente detto, deve essere nota tuttavia, in quanto lo stomatologo deve ricordarsi di essere medico e, come tale, depositario di tutti gli accorgimenti che la medicina generale e la psicologia gli offrono per la comprensione di ogni sofferenza umana.



sabato 20 agosto 2011

Moratoria dalle idiozie

O Signore, concedici una moratoria di una settimana dalle idiozie che ardono dappertutto e fa' che una neve immacolata raffreddi queste menti surriscaldate e diluisca le tossine che avvelenano i nostri giudizi.

Saul Bellow




domenica 17 luglio 2011

mercoledì 1 giugno 2011

lunedì 23 maggio 2011

Il prete-orco

Doveroso segnalare, a quanti non leggessero Repubblica, questo articolo di Francesco Merlo apparso lo scorso 18 maggio. Tratta del prete della notte (Don Riccardo Seppia) e delle colpe della Chiesa. Imperdibile.

Lo dico subito: il prete-orco mi fa pena. Don Riccardo si è infatti ammalato ed è diventato una povera belva praticando gli insegnamenti sessuomaniaci della Chiesa. E mi fanno pena le scritte di linciaggio («maledetto», «ti uccideremo») sui muri di Genova e sulla porta della sua parrocchia: questa non è coscienza civile, ma sprofondamento nel Medioevo da un parte e dall' altra. Il prete-lupo don Riccardo mi fa pena perché è il culmine, il punto di non ritorno della sessuo-teologia italiana. Non una mostruosità individuale e occasionale, ma il prodotto terminale di una Chiesa che si rifiuta di vedere «la lettera rubata» che sta davanti ai suoi occhi: il marasma sessuale che c'è tra i funzionari di Dio, tra quelli che furono i nostri parroci buoni, gli ex preti belli del sempre più corrotto Bel Paese. Nella storia della Chiesa italiana mancava insomma il prete- bestia che ordina per telefono prede giovani e speciali: «un negretto», «lo preferisco di 14 anni», «meglio se viene da una famiglia povera e piena di problemi ». Nel catalogo della sessuofobia cattolica nazionale non c'era ancora il prete-diavolo che ostenta il vizio come un personaggio della pulp fiction di Tarantino: «Satana sia con te» lo avevamo sentito solo nei film porno e nei peggiori libelli anticlericali, dai quali appunto don Riccardo sembra uscito. E mi pare che nella corsa alla produzione di mostri sessuali sempre più mostruosi il parroco cocainomane pedofilo e violentatore di Sestri Ponente vada oltre la straordinaria e visionaria irriverenza di Almodovar e persino oltre la pietas del Manzoni e della sua Gertrude. Fa dunque pena questo figlio sorprendente ma legittimo di una Chiesa sorprendente dove lo scandalo non viene più dall'eresia nell'interpretare la parola di Cristo. Oggi non meravigliano più il prete operaio e il prete imprenditore e neppure si fa scandalo con i frati mafiosi di Mazzarino o con i vescovi antimafiosi di Palermo. Oggi lo sconcerto, il putiferio nella Chiesa è sempre e solo di origine sessuale come aveva appunto previsto il filosofo cattolico Augusto Del Noce, il quale pensava che l'incubo del sesso avrebbe minato la Chiesa, che il sesso l'avrebbe stritolata, che solo sul sesso la Chiesa poteva crollare. E oggi don Riccardo, che forse incarna quella profezia, è il detentore del record dei paradossi ereticali, dal satanismo all'assunzione di droga, dalla pederastia alla pedofilia, dalla violenza sui minori al compiacimento per la bestemmia, dalla cattiveria riflessiva (sinite parvulos venire ad me) alla gioia di comunicare il proprio godimento: «Finalmente sono riuscito a baciarlo sulla bocca». E forse don Riccardo esibiva in parrocchia la sua furfanteria per meglio nascondersi, come il monello di Chaplin che si infilava tra le gambe del poliziotto. Spudoratamente infatti usava la missione pastorale per sfogarsi, chattava come un depravato senza paure né accorgimenti, condivideva il vizio con il sacrestano, palpava i chierichetti, sempre spavaldo, sempre a viso aperto in una rete di gaglioffi, di pusher e di fornitori di piccoli prostituti e di giovani vittime ignare. È colpa della cocaina? Al contrario gli esperti dicono che la cocaina esalta ma non cambia mai la personalità, che non vela ma svela. È dunque un vero gangster del vizio e non un peccatore tormentato questo don Riccardo, detto «ricchi ardo» o anche «il prete della notte» perché a Sestri Ponente tutti sapevano tutto, tranne gli altri parroci, tranne i vescovi e i cardinali, tranne la Congregazione della Fede che solo ora, finalmente, si affida alla giustizia civile, ai poliziotti e ai magistrati d'Italia. Pensate se lo avesse fatto prima. Non c'è un solo prete pedofilo che sia stato denunziato dalla Chiesa alla magistratura, consegnato dalla Chiesa alla polizia. Dopo, spiace dirlo, la reazione dolente e tuonante si porta sempre il sospetto della coda di paglia, la paura-coscienza di essere corresponsabili di quel reato che altri hanno scoperto. È come se vescovi e cardinali sapessero che quel reato è il prodotto indesiderato della loro cultura, del sesso maltrattato che è ormai un grumo di censure. Se un prete ruba, nessun vescovo e nessun cardinale passerà dall'omertà allo sproloquio di condanna. E anche il prete che si innamora, il prete che scappa con la devota è sì sanzionato, ma ha la comprensione dei suoi confratelli (oltre che la nostra). Nella patologia di don Riccardo invece c'è anche la messa a nudo di una tolleranza che è l'imbarazzo di quel galantuomo del cardinale Bagnasco dinanzi alla sessualità abnorme del parroco che fu suo allievo in seminario e che ora con lui e solo con lui ha chiesto di parlare, mentre ha taciuto davanti al suo giudice, al gip Annalisa Giacalone. E immaginate l'impaccio, la vergogna di un prete che viene interrogato da una donna che indaga sul suo sesso. Solo dal suo cardinale si sente capito, e non tanto per la solidarietà maschile, ma soprattutto perché è il cardinale Bagnasco ad avergli insegnato che dietro a questa potenza d'amore che è la Chiesa si nasconde la controindicazione, l'effetto collaterale, lo sfigurare se stessi e poi anche il prossimo a colpi di sesso. Don Riccardo è convinto che solo il cardinale custodisca il mistero della sua follia criminale, che nessuno meglio di lui sappia che il prete o pratica il sesso in modo abnorme o non lo pratica affatto, che è poi un'altra abnormità. La dolcezza del sesso non c'è mai. Ed è per questo che ogni volta che scoppia uno scandalo i vescovi e i cardinali bruciano la coda di paglia: scoprendo don Riccardo scoprono se stessi.