- Cominciate fin dall’infanzia col dare al
bambino tutto quello che vuole. In questo modo crescerà convinto che il
mondo gli deve qualcosa.
- Allorché ripeterà davanti a voi le prime
parolacce raccolte qua e là, ridetene. Questo gli farà credere di essere
divertente e carino. E lo incoraggerà ad imparare parolacce «sempre più
divertenti» e a esibirsi davanti a voi appena possibile.
- Guardatevi dall’impartirgli un’educazione
spirituale. Attendete che abbia 21 anni e lasciatelo libero di decidere da
solo.
- Evitate l’uso di parole come «sbagliato»
«avere torto» ecc. in modo da non favorirgli lo sviluppo di «complessi
d’inferiorità». Che gli potrebbero far credere più tardi, quando sarà
arrestato per il furto della prima macchina, che la società è contro di
lui e che viene sempre perseguitato.
- Raccogliete sempre ogni cosa che lascia
buttata in giro, come per es. libri, scarpe, vestiti. Fategli ritrovare
tutto in ordine, in modo da abituarlo a scaricare sempre tutte le
responsabilità sugli altri.
- Lasciategli leggere qualunque cosa gli capiti
tra le mani. State attenti che le sue posate ed i bicchieri siano sempre
sterilizzati, ma lasciate che la sua mente si nutra con l’immondizia.
- Litigate spesso di fronte ai vostri bambini,
così non rimarranno troppo meravigliati quando più tardi divorzierete.
- Date al vostro bambino tutto il denaro che
desidera, e non permettete che se lo guadagni da solo. Perché rendergli la
vita dura?
- Soddisfate ogni sua voglia di cibo, drink,
comodità e qualsiasi desiderio sessuale in genere. Rifiuti e proibizioni
potrebbero causargli le più dannose angosce.
- Prendete sempre le sue parti in caso di
dispute con i vicini, con i maestri o con i poliziotti. I quali per
partito preso sono sempre contro il vostro bambino.
- Quando vi trovate in mezzo a seri guai,
scusatevi con voi stessi dicendo: «Per lui abbiamo fatto il possibile…».
- Preparatevi ad una vita di dispiaceri. Molto
facilmente la avrete.
PSICOLOGIA CACOPEDICA
ignora te stesso ...per una psicopatologia autenticamente libera
giovedì 29 dicembre 2011
Dodici regole per allevare figli delinquenti
sabato 17 dicembre 2011
Diagnosi e responsabilità
Già in uno dei precedenti post mi è capitato di osservare
come il lessico psicopatologico finisca molto spesso per sottrarre, ai «malati
psichici» odierni, la possibilità di descrivere il proprio disagio in maniera
più personale e autentica, lasciando il posto ad una omogeneizzazione dei
racconti che gli individui fanno della propria sofferenza, impregnati fino
all’inverosimile di espressioni tecniche e impersonali che con molta
probabilità hanno appreso navigando in Internet. E così nessuno spiega più il
panico riferendo di «un’esperienza sconvolgente» ma piuttosto avvalendosi della
descrizione che ne viene fatta in una delle tante pagine della rete. Di un
simile processo, quello che tuttavia più colpisce è il fatto che l’attribuzione
dell’etichetta diagnostica offre alle persone che ne sono destinatarie l’occasione
per sentirsi meno responsabili di quello che fanno, con il risultato che sempre
più comportamenti sono ritenuti delle malattie e dunque non più «controllabili»
per mezzo della propria volontà. È nota la risposta che molti tossici avanzano
a chi chiedesse loro perché si drogano: «è la malattia» rispondono, come se
tutti quei piccoli comportamenti messi in atto per procurarsi e poi per farsi
una dose non fossero affatto suscettibili di autocontrollo. Come scrive Daniel
Akst nell’Elogio dell’autodisciplina,
«molti comportamenti che un tempo erano imputabili alla debolezza di carattere
– l’abuso di droghe, l’ossessione per il gioco e così via – sono stati
medicalizzati e sottratti alla responsabilità individuale, rendendo così sempre
più estesa la gamma delle azioni che sfugge alla nostra capacità di controllo».
E a questo proposito è esemplificativo quanto ha fatto lo scorso settembre una
donna in un supermercato fiorentino, quando, bloccata da un vigilante mente
cercava di uscire senza pagare (140 Euro), ha sfoderato dalla tasca un
certificato medico dicendo: «sono cleptomane, è scritto qui». E in effetti ciò
che poi ha letto sul certificato l’addetto alla sicurezza recitava queste
parole: «affetta da impulsi che la spingono ad appropriarsi indebitamente di
oggetti». Una circostanza che rimanda a quanto riporta Daniel Akst nel suo
libro, a proposito di quel collaboratore del governatore di New York che finì nei guai per aver
evaso le tasse per cinque anni. «Sapete qual è stata la difesa del suo
avvocato? Ha detto che era affetto da ‘sindrome anticompilativa’ della denuncia
dei redditi».martedì 13 dicembre 2011
Nevrosi compilatoria
Si occupava infine di liste la casalinga di Cracovia Janina Turek, che nascondeva nel proprio armadio ben 728 quaderni, trovati nel 2000 dopo la sua morte dalla figlia Ewa Janeczek, in cui aveva preso nota, dal 1943 al 2000, di tutto quello che faceva. Così, in più di cinquant’anni ella aveva registrato quante telefonate aveva ricevuto e da parte di chi (38.196), quante volte aveva telefonato a qualcuno (6257 volte), dove e chi aveva incontrato per caso e salutato con un «buongiorno» (23.397), quanti appuntamenti aveva fissato (1922), quanti regali aveva fatto, a chi e di che genere (5817), quanti regali aveva ricevuto (10.868), quante volte aveva giocato a bridge (1500), quante volte aveva giocato a domino (19), quante volte era andata a teatro (110), quanti programmi televisivi aveva visto (70.042), e via discorrendo. (Vai a Reality di Mariusz Szczygieł per proseguire la lettura della lista).
lunedì 12 dicembre 2011
Come sviluppare l'autostima del gatto
Segnalo l'uscita, presso Bella Bestia Editore,
del volume Come sviluppare l'autostima del tuo gatto dello psicologo
veterinario Renato Uggieri, già autore di Come ottenere il meglio dal tuo
canarino, Cura dell'impotenza nel San Bernardo e L'interpretazione dei sogni
nel macaco da appartamento.A chi fosse interessato alla provenienza del libro di Renato Uggieri, suggerisco di fare riferimento al volume di Luca Giorgi dal titolo Il libro dei libri, uscito nelle settimane passate presso Mattioli1885. Si tratta ad ogni modo di un volume appartenente alla tradizione dei cosiddetti pseudobiblia, a cui anche wikipedia dedica una pagina che trovate cliccando qui.
domenica 11 dicembre 2011
La pazzia spiegata dai bambini
Recensione a Come diventare malati di mente
sabato 10 dicembre 2011
Picchiatello compatito
domenica 4 dicembre 2011
Come diventare degli Eterni Svegliati
C’è voluto almeno un secolo perché gli studi sulla malattia del sonno effettuati all’inizio del Novecento dal dottor Georg Schlaf ricevessero finalmente, da parte della comunità scientifica internazionale, l’attenzione che meritavano. Già nel lontano 1914 l’illustre studioso si era convinto che «il sonno è semplicemente un barbarico sperpero di tempo e un tradimento continuo alla legge del progresso»; un secolo dopo ecco che l’Accademia di Medicina decide finalmente di farsi carico della Sindrome da sonnolenza notturna, un disturbo che ad oggi ha finito per affliggere, complice la sottovalutazione che finora è stata fatta delle invalidanti conseguenze che ne derivano, l’intera popolazione del nostro pianeta. È infatti solo nei paesi più avanzati come
- ho
bisogno di almeno 8 ore di sonno per sentirmi fresco, riposato e per poter
funzionare bene durante il giorno;
- sono
preoccupato che mi possa venire un esaurimento nervoso se rimango una o
due notti senza dormire;
- per
essere ben sveglio e per funzionare bene durante il giorno devo dormire
ogni notte almeno 8 ore;
- quando
durante il giorno mi sento nervoso, depresso o ansioso è soprattutto
perché non ho dormito la notte;
- ho
paura di morire se non dormo;
- se
non dormo corro il rischio di rovinarmi la vita e non riuscirò a fare
quello che voglio.
L’approccio terapeutico che modestamente proponiamo mira ad intervenire sui due principali aspetti della malattia, che sono i Convincimenti Erronei e i Fattori Perpetuanti (pigiama, letto, coperte, etc.); prevedibilmente, l’esito del trattamento dovrebbe incidere sull’interpretazione che tutti i malati fanno solitamente della propria stanchezza o dell’ora che osservano guardando l’orologio, e anziché dirsi «è l’ora di andare a dormire» oppure «sono troppo stanco, vado a letto», il risultato sarà di predisporsi verso una nuova occupazione, come mettersi a cucinare o pulire il bagno. Il percorso terapeutico potrà dirsi concluso quando avremo un dormiglione che ora finisce per stare sveglio sulle 24 ore, sempre energico e pieno di iniziative, e che potrà dirsi, citando Benjamin Franklin: «svegliamoci, poltroni, viviamo. Dormiremo abbastanza nella tomba».
- attività da
svolgere il giorno dopo;
- alle inquietudini
che proviamo;
- alle cose di
lavoro;
- ai suoni che ci
circondano;
- alle situazioni
che ci hanno fatto star male;
- agli errori che
abbiamo fatto durante la giornata.
- programmare un
viaggio;
- imparare una
nuova ricetta;
- cantare una
canzone;
- fare fotografie;
- riparare
qualcosa;
- fare un
cruciverba;
- sognare a occhi
aperti;
- tagliare la
legna;
- giocare con il
gatto;
- ricostruire un
puzzle;
- giocare con il
computer;
- mangiare.
Psicologi e altre malattie
lunedì 28 novembre 2011
L'Intervento Psicologico Informale (IPI)
lunedì 19 settembre 2011
Psicopatologia politica
mercoledì 14 settembre 2011
Le devo qualcosa?
La scarsa considerazione per gli psicologi a volte capita che venga fuori con richieste singolari come quella che una paziente mi ha rivolto ieri sera, quando al momento di congedarla dopo la seduta mi ha chiesto: le devo qualcosa?
Risposta: ma no, io mi diverto a passare il tempo ad ascoltare persone come lei.
Ha pagato ed è uscita.
domenica 11 settembre 2011
La salute cerebrale degli europei
Lo stato della salute mentale e neurologica in Europa è oggetto di uno studio pubblicato dallo European College of Neuropsychopharmacology (ECNP) che indica come i disturbi mentali e neurologici siano diventati la maggiore sfida per la salute degli europei nel XXI secolo. Lo studio ha preso in esame 30 paesi (l'Unione Europea più Svizzera, Islanda e Norvegia) per una popolazione complessiva di 514 milioni di persone. Ecco i principali risultati dello studio: ogni anno, il 38,2% della popolazione europea - pari a 164.800.000 persone - va incontro a qualche disturbo mentale. I disturbi più frequenti sono rappresentati dai disturbi d'ansia (14,0%), insonnia (7,0%), depressione maggiore (6,9%), disturbi somatoformi (6,3%), dipendenza da alcol e droga (> 4%), deficit di attenzione e iperattività (ADHD , 5% nei giovani), e demenza (con una prevalenza dell'1% per la fascia d'età fra i 60 e i 65 anni e del 30% tra gli ultra ottantacinquenni). Fatta eccezione per i disturbi da abuso di sostanze e e da ritardo mentale, non sono state rilevate variazioni di rilievo in base al tipo di cultura o alla nazione di appartenenza. Non sono stati rilevati neppure indizi di un aumento complessivo dei disturbi mentali rispetto al precedente analogo studio condotto nel 2005, che tuttavia aveva preso in esame solo adulti e limitatamente a 13 possibili tipi di diagnosi. Fa eccezione l'aumento dei casi di demenza, dovuto alla maggiore aspettativa di vita. Rispetto ai dati del 2005 non è stato peraltro rilevato neppure un miglioramento nei tassi di trattamento dei disturbi mentali, che restano bassi: solo un terzo di tutti i casi riceve un trattamento. Chi riceve un trattamento lo ottiene inoltre con notevole ritardo, solitamente di diversi anni, rispetto all'insorgenza del disturbo, e raramente vengono somministrate le terapie più aggiornate. Se ai disturbi psichiatrici si aggiungono quelli di tipo neurologico (ictus, traumi cerebrali, morbo di Parkinson, sclerosi multipla), i disturbi al cervello, valutati sulla scala DALY, che misura gli anni di vita corretti per la disabilità, rappresentano il maggior peso economico relativo alla morbilità in tutta l'Unione Europea, assorbendo il 26,6% delle risorse. In particolare, le quattro condizioni più invalidanti (in termini di DALY) sono risultate essere depressione, demenze, uso di alcool e ictus.
http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/articolo/1349299
domenica 21 agosto 2011
Disordine Affettivo Primario
La Rivista dell’Etica Medica si propone di classificare la felicità tra i disordini mentali e di includerla nelle future edizioni dei principali manuali di diagnostica sotto questo nome: Disordine Affettivo Primario, di tipo piacevole. Da un esame dei principali testi risulta che la felicità è statisticamente anormale, è associata a una vasta gamma di anormalità cognitive, e probabilmente riflette un anormale funzionamento del sistema nervoso centrale. Una delle principali obiezioni alla proposta è che della felicità non si dà una valutazione negativa. Comunque è un’obiezione trascurabile dal punto di vista scientifico.
Con questa irresistibile definizione, che costituisce una delle numerose perle del romanzo Il teatro di Sabbath, il grande Philip Roth (in foto) invita a considerare la totale soddisfazione dei propri desideri – normalmente denominata felicità – come un disordine mentale, alla stregua della schizofrenia o della depressione.
Philip Roth, Il teatro di Sabbath, Einaudi, Torino 2006. Pag. 296.
Il succhiamento del pene
Non è infrequente nella pratica medica sentirsi porre il quesito di un rimedio alla cattiva abitudine del succhiamento del pene contratta da una donna (o da un uomo) con effetti più o meno manifesti sulla stessa posizione dei denti, tra gli altri d’ordine estetico o psicologico.
È il partner, di solito, che accompagna la paziente nello studio dello stomatologo o ne parla in una riunione amichevole profittando della presenza del medico. Il fatto è che con gradazioni più diverse la cattiva abitudine del succhiamento del pene costituisce una sindrome nota da tempo, che ha interessato studiosi della branca stomatologica e di altri orientamenti (lo psichiatra, lo psicoanalista, il pedagogo, ecc.) e che si pone via via all’attenzione del medico come un problema e che, come ogni altro fattore morboso, mentre mostra gradualità affettiva di differente portata, pone pure soluzioni diverse per giungere ad un unico fine: la cura, cioè la perdita della cattiva abitudine con gli effetti o i difetti organici locali più o meno stabilmente indotti.
Allo studio delle cattive abitudini in genere e a quella del succhiamento del pene in particolare hanno portato il loro autorevole contributo di osservazione e di studio numerosi AA. italiani e stranieri: De Vecchis, Maggioni, Palazzi, Muzj, D’Alise, Beretta, Pullen, Frey e Quintero, Kantorowicz, Korkhaus, Mack, Sweet, Massler e Wood, Hotz, Herpen, Griffin, ecc. ecc.
Le deformazioni morfologiche che il succhiamento del pene provoca nella regione antero inferiore cranica e più precisamente in corrispondenza dell’apparato dento-maxillo-facciale, più o meno considerevoli, sono in rapporto all’azione combinata di fattori complessi, classificabili in ereditari, di crescita e di sviluppo, e funzionali. Ognuno di questi fattori che si concretano in tendenze, impulsi e forze, può essere modificato da cofattori patologici (malnutrizione, malattie diverse, ecc.); oppure traumatici, dei quali fa parte, appunto, il succhiamento del pene. Questo agisce esercitando una pressione sulle arcate dentali e sui mascellari, determinando un quadro che il Mack chiarisce riportando gli 8 punti di Sweet sugli effetti dannosi che derivano dal succhiamento del pene, e cioè: sviluppo anormale delle ossa mascellari, di uno o di entrambi in relazione alla posizione del pene all’interno della bocca; stiramento delle ossa premascellari, che crea un’alta volta palatina con risultante deviazione del setto nasale e conseguente respirazione buccale; molte deformità e varietà di mordex apertus, agendo come fattore predisponente per il vizio di spingere avanti la lingua; un fattore influenzante la crescita eccessiva e l’ingrossamento delle tonsille; una traslocazione variabile dei denti; restringimento di ambedue le arcate dentali; gli incisivi centrali, essendo spostati anteriormente, sono molto più esposti alle fratture traumatiche; difetti di parola, per la conformazione di una volta palatina eccessivamente alta e lo spostamento dei denti.
Il riconoscimento della sindrome con le sue alterazioni organiche comportano la ricerca dei mezzi atti ad eliminare l’abitudine di succhiare il pene; e di conseguenza uno studio approfondito anche dell’eziologia stessa.
Già nel 1879 (30 anni prima dei psicoanalisti!) il pediatra Lindner affermava che il succhiamento del pene è non soltanto un fenomeno psicologico, ma riteneva che esso ha connessioni profonde col carattere sessuale del paziente. Naturalmente gli psicoanalisti e lo stesso Freud, nel suo lavoro sulla sessualità, descrivono ampiamente il fenomeno del succhiamento identificandolo come la ricerca di un piacere già provato nell’infanzia mediante il succhiamento del dito. La prima attività vitale dell’infante, il succhiamento del pollice, costituisce il motivo primordiale di questo piacere.
Per un efficace trattamento del succhiamento del pene non va considerata solo una cura psicoanalitica, ma qualsiasi trattamento psicopedagogico appropriato. Appunto l’importanza della questione sta nell’espressione appropriato, poiché i semplici divieti spesso non portano ad un esito soddisfacente.
Infatti, il Mack, tenendo in mente solo il fatto psicologico che un divieto porta ad una repressione psicologica, ad una frustrazione, prospetta una quantità di interrogativi: può il divieto causare un danno psicologico o morale? Si tratta veramente di una repressione? Quanto possono essere dannose le repressioni?
Le domande sono varie, ma la risposta può essere riassunta semplicemente nel modo seguente: con una certa probabilità si può supporre che il succhiamento del pene sia una manifestazione della libido in senso lato e, come già il Freud rileva, non è opportuno intervenire con divieti grossolani che potrebbero prevedibilmente condurre a dei danni psichici; ma un buon intervento persuasivo e psicopedagogico può evitare le conseguenze dannose di un’imperativa pressione.
Riguardo alla terapia, gli psichiatri inglesi English e Pearson affermano in una loro recente pubblicazione che è una superstizione occuparsi tanto della pretesa conseguenza deformante di questo vizio. Dicono, inoltre, che non esistono prove che dimostrino con sicurezza l’effetto del succhiamento del pene sulla deformazione della bocca o delle mascelle, eccettuate circostanze insolite, in massimo grado.
D’altro canto gli stomatologi e, tra questi, quelli più particolarmente versati in ortodonzia sono pressoché concordi nel ritenere che il succhiamento del pene dia notevole contributo alla etiologia delle mal occlusioni quale agente etiologico esogeno pertinente al gruppo delle abitudini viziate, ma come osserva acutamente il De Vecchis sono da tenersi presenti le riserve affacciate dal D’Alise, dal Wustrow, dal Kantorowicz, ecc. nel senso che senza il contributo endogeno e biologico, anche le cause abitudinarie meccaniche non sono sufficienti a provocare la disgnazia. A questo proposito il De Vecchis cita un caso nel quale il pene aveva plasmato nel palato di una donna la sua esatta impronta cosicché nel modello ricavato dal palato della paziente, la ricostruzione in gesso del pene collimava con estrema precisione riempiendo l’incavo provocato.
È pertanto poco verosimile la citata affermazione degli psichiatri inglesi come, d’altra parte, è esagerata la posizione del Mack quando vuol difendere l’intervento incondizionato su tutti i casi che si presentassero all’attenzione del clinico. Ad ogni modo, riguardo al trattamento, il Mack lo divide in due campi: psicologico e locale. Qui occorre attentamente distinguere, perché una gran parte di ciò che l’Autore citato considera trattamento locale, è in realtà un trattamento psicologico, benché eventualmente inefficace o, talora, errato.
Il partner toglie il pene dalla bocca della donna oppure ripetutamente ricorda alla compagna di non assumere l’atteggiamento viziato. Questo metodo dà scarsi risultati, ma se viene fatto con garbo non porta con sé alcun danno. Mentre il Mack considera questo come un metodo locale, è ovvio che esso è nettamente psicologico, come anche il seguente.
Il partner forza la compagna a succhiargli il pene, finché ella desidera rimuoverlo dalla bocca, essendosi stancata. È inutile dire che un comportamento simile da parte del congiunto denota pressoché una tendenza sadica; e che, anche nel caso improbabile del successo, originerebbe una tale ripercussione sulla psiche della donna da superare sicuramente i vantaggi conseguenti all’abbandono della cattiva abitudine del succhiamento.
Medicinali di cattivo gusto sono applicati localmente al pene; un rimedio che tuttavia non parrebbe particolarmente promettente, poiché le donne più avvedute asportano o levano semplicemente il medicinale stesso. È da notare poi, come personalmente abbiamo spesso osservato, che le donne si abituano lentamente alla sostanza di cattivo gusto.
In conclusione, appare doversi concordare con Lubit che consiglia di contornare le donne di affetto, di adeguati divertimenti e, soprattutto, di un senso di sicurezza; ma per arrivare a questo occorre applicare una sana psicopedagogia, la quale, benché esuli dal campo stomatologico propriamente detto, deve essere nota tuttavia, in quanto lo stomatologo deve ricordarsi di essere medico e, come tale, depositario di tutti gli accorgimenti che la medicina generale e la psicologia gli offrono per la comprensione di ogni sofferenza umana.
sabato 20 agosto 2011
Moratoria dalle idiozie
martedì 19 luglio 2011
domenica 17 luglio 2011
mercoledì 1 giugno 2011
lunedì 23 maggio 2011
Il prete-orco
Lo dico subito: il prete-orco mi fa pena. Don Riccardo si è infatti ammalato ed è diventato una povera belva praticando gli insegnamenti sessuomaniaci della Chiesa. E mi fanno pena le scritte di linciaggio («maledetto», «ti uccideremo») sui muri di Genova e sulla porta della sua parrocchia: questa non è coscienza civile, ma sprofondamento nel Medioevo da un parte e dall' altra. Il prete-lupo don Riccardo mi fa pena perché è il culmine, il punto di non ritorno della sessuo-teologia italiana. Non una mostruosità individuale e occasionale, ma il prodotto terminale di una Chiesa che si rifiuta di vedere «la lettera rubata» che sta davanti ai suoi occhi: il marasma sessuale che c'è tra i funzionari di Dio, tra quelli che furono i nostri parroci buoni, gli ex preti belli del sempre più corrotto Bel Paese. Nella storia della Chiesa italiana mancava insomma il prete- bestia che ordina per telefono prede giovani e speciali: «un negretto», «lo preferisco di 14 anni», «meglio se viene da una famiglia povera e piena di problemi ». Nel catalogo della sessuofobia cattolica nazionale non c'era ancora il prete-diavolo che ostenta il vizio come un personaggio della pulp fiction di Tarantino: «Satana sia con te» lo avevamo sentito solo nei film porno e nei peggiori libelli anticlericali, dai quali appunto don Riccardo sembra uscito. E mi pare che nella corsa alla produzione di mostri sessuali sempre più mostruosi il parroco cocainomane pedofilo e violentatore di Sestri Ponente vada oltre la straordinaria e visionaria irriverenza di Almodovar e persino oltre la pietas del Manzoni e della sua Gertrude. Fa dunque pena questo figlio sorprendente ma legittimo di una Chiesa sorprendente dove lo scandalo non viene più dall'eresia nell'interpretare la parola di Cristo. Oggi non meravigliano più il prete operaio e il prete imprenditore e neppure si fa scandalo con i frati mafiosi di Mazzarino o con i vescovi antimafiosi di Palermo. Oggi lo sconcerto, il putiferio nella Chiesa è sempre e solo di origine sessuale come aveva appunto previsto il filosofo cattolico Augusto Del Noce, il quale pensava che l'incubo del sesso avrebbe minato







