In un’accezione allargata, quella che negli ultimi due anni ha cominciato a imporsi nell’ambito del Centro Studi Patologie Inapparenti (CSPI), quando si parla di Psicologia Cacopedica si allude di fatto ad una psicologia bizzarra, che movendo dal proponimento di sfidare la psichiatria nel creare ex novo delle sindromi psicopatologiche, ha finito successivamente per assorbire tutta una tradizione di divertissement d’autore il cui principale scopo è tradizionalmente stato quello di esaltare la pazzia, considerandola ora una forma suprema di intelligenza, ora invece una tara tanto connaturata e indelebile degli esseri umani. Se un riferimento imprescindibile per la prima tradizione di ricerca va senz’altro all’Elogio della follia di Erasmo, per l’altro indirizzo potremmo assegnare un ruolo di primissimo piano a Carlo Maria Cipolla, autore delle Leggi fondamentali della stupidità umana. Sia il lavoro di Erasmo che quello del Cipolla potremmo poi avvicinarli a quelli di innumerevoli altri autori che non valgono certo di meno quanto a forza immaginativa, e così citiamo tra gli erasmiani Giovanni Papini, Pino Aprile e Paul Watzlawick, mentre il Cipolla potremmo metterlo in buona compagnia con Walter Boughton Pitkin, André Glucksmann, Geyer Horst, Robert Musil, Piero Paolicchi, Giancarlo Livraghi, Francesco Betti e alla Piccola antologia della stupidità curata per la rivista Tèchne da Paolo Albani (quarto numero). Se le opere di questi autori possiamo indicarle come inevitabili punti di partenza per una promettente formazione cacopedica, per chi volesse successivamente, e in maniera più dettagliata, avvicinarsi a dei lavori aventi maggiormente un taglio monografico, pensiamo di rendere un buon servizio individuando nella sterminata letteratura esistente almeno sei tradizioni di studio, rimandando ad un altro saggio l’approfondimento di una settima tradizione altrettanto cacopedica ma avente la particolarità di non sapere di esserlo, le cui opere potremmo a buon diritto raccoglierle in un ipotetico saggio dal titolo Rassegna di spazzatura psicologica. Giusto per un assaggio, citiamo tutti i movimenti psicoterapeutici raccolti nel volume Psicoterapie folli, nonché una messe di concetti così strampalati ma spacciati come seri come, per esempio, quello di «ambiente medio prevedibile», di «esperienza emozionale correttiva», di «inconscio tecnologico» e di «lavaggio emozionale»; ancora, significative la «bremologia», la «cifrematica» e l’«ontopsicologia», per non dire della «psicologia del traffico» e della «psicologia turistica», per cui viene da pensare che i più moderni psicologi non sappiano davvero più cosa inventarsi.
Dicevamo di sei tradizioni di studio che hanno variamente raccolto diverse decine di autori, che potremmo così suddividere:
Autori di bizzarrie psicologiche, spesso finalizzate a sbertucciare la psicologia ufficiale, pur confondendosi con uno spirito talvolta unicamente ludico anche se complessivamente iconoclasta. A parte il «pensiero dinoccolato» di echiana memoria, vale citare il lavoro di Honoré de Balzac, Nikolaj Aleksandrovič Rubakin, Edoardo Sanguineti, Giordano Fossi, Pasquale Romano, Hermann Strobel e Gabriele Aprea;
Autori che hanno concentrato i loro sforzi nell’esaltazione di mattoidi scienziati o comunque di personaggi fuori dall’ordinario: Rodolfo Wilcock, Paul Collins, Ermanno Cavazzoni e Georg Groddeck, giusto per citarne alcuni, ma i lavori antologici di Maurizio Bettini e Omar Calabresi, di Paolo della Bella e Paolo Albani, nonché quello di Federico Di Trocchio, potrebbero ampiamente aiutare il lettore che fosse interessato ad approfondire questo settore, senza dimenticare altri autori che per quanto nelle loro opere non si siano occupati direttamente della pazzia contribuiscono nondimeno a dare una mano per chi volesse uscir di testa. Non potendo citare larga parte della letteratura mondiale, facciamo un titolo su tutti, Don Chisciotte della Mancia. Sempre in ambito letterario, un trattamento particolare vale però riservarlo a Mario Tobino, benché la sua poetica sia da collocarsi su posizioni niente affatto cacopediche. Da medico di manicomio qual’era, egli parla in alcuni suoi volumi, segnatamente nelle Libere donne di Magliano e in Per le antiche scale, della malattia mentale, facendone una attenta fenomenologia, che certamente può tornare utile a chi volesse unire al Don Chisciotte, sempre nell’intenzione di uscire pazzo, qualcosa di altrettanto efficace (anche se più, come dire, «tecnico»).
Autori che si sono spinti ad immaginare paradisi abitati finalmente da malati mentali, o comunque situazioni in cui fosse finalmente raggiunta la perfetta somiglianza tra tutti gli esseri viventi, regni utopici o per meglio dire distopici: Jules Verne, Evgenij Zamjatin, Jules Romains, Aldous Huxley, Philip Dick, Kurt Vonnegut e Guido Ceronetti. Una trattazione speciale merita riservarla a Egas Moniz, nato nel 1874 a Coimbra, neurologo, letterato e politico (fu deputato, ambasciatore, ministro degli Esteri). Moniz inventò nel 1935 un procedimento che ancora oggi, benché abbandonato, ha un nome che fa paura (per chi non fosse cacopedico, si capisce): lobotomia. Tutto cominciò ad un congresso in cui chirurghi americani mostrarono che se agli scimpanzé si tagliavano i lobi frontali dal resto del cervello, le scimmie smettevano di saltare su e giù per la gabbia. Moniz tornò a casa entusiasta e cominciò a praticare la lobotomia sui pazienti del manicomio di Lisbona, soprattutto donne, senza alcun permesso. Fu un successone: i matti diventavano vegetali o zombie, e le corsie psichiatriche non risuonavano più di urla isteriche. Moniz divenne un eroe, premiato nel 1949 con il Nobel in quanto «uomo meraviglioso».
Autori nella cui produzione siano rintracciabili spunti per etichette diagnostiche potenziali, quando non addirittura vere e proprie trattazioni scientifiche (ma cacopediche) che potrebbero a buon diritto far parte del Manuale preventivo dei disturbi mentali: Enriques Vila-Matas, Mauro Giancaspro, Ermanno Cavazzoni, Giuliano Da Empoli, Adriano Purgato e Paolo Albani. Si considerino inoltre i lavori antologici di Alberto Castoldi per le patologie legate alla passione per i libri e quello di Dennis Diclaudio, autore di Io sono paranoico. Guida tascabile ai più tremendi disturbi mentali che già senti di avere. Occasionalmente anche autori come Flaiano (Complesso di parità), Umberto Eco (Autismo fabulatorio, Shock da ovvietà, Sindrome del complotto, Sindrome del sospetto, Complesso di Temistocle, Sindrome di Bayard) e Armando Massarenti (Procastinite cronica) si sono dedicati alla fenomenologia di patologie potenziali. Infine, un grande patologo potenziale (e cacopedico) fu senz’altro Bernardino Ramazzini (1633-1714), che scrisse nei primi anni del Settecento amabilissime dissertazioni sulle malattie dei letterati e su quelle dei lavoratori (una lista lunghissima: malattie dei vasai, dei pittori, degli speziali, dei becchini, dei fornai, dei lacchè, dei pescatori, degli scrivani, dei fabbricanti di sapone, etc.).
Autori appartenenti alla tradizione della cosiddetta pseudobiblia, con cui si indicano i libri «che non esistono o non sono mai esistiti», di stretto argomento psicologico s’intende e di cui è possibile aver notizia consultando il fondamentale Mirabiblia. Catalogo ragionato dei libri introvabili di Paolo Albani e Paolo della Bella (Zanichelli, Bologna 2003). E’ un piacere ricordare volumi come: L’immaginazione artificiale (Milano, D. Benati & Figli, 2001), I calzini del Metterling come espressione della Madre Fallica (Journal of Psychoanalysis, nov. 1935), Psicopatologia della vita condominiale nei piccoli centri prealpini in età scolare (Torino 1990), Plurilinguismo e monomania a confronto (Portovenere 1990), Casi di petrarchismo comatoso trattati con insulina (Lavagna 1990), Intossicazioni lessicali nei soggetti esposti al vocabolario (Bordighera 1990), Varianti degeneri e perdita della pazienza nella critica del ‘900 (Bordighera 1990), Il mobilio dell’io e gli stili dell’es (Mentone 1990), Studio sul modo di produrre artificialmente il genio (Milano, L’Altrieri, 1955), Caratterologia dei pantaloni (Milano, Benedikt Pfaff, 1935), La vita burocratica ossia del modo di diventare rispettabilmente cretini (Milano, L’Altrieri, 1955). Per gli psicoanalisti, un volume straordinario è senz’altro quello di Fears Hoffnung, Colloqui con Helmholtz (Losanna-Milano, Hrolf, 1966), ove «gli argomenti toccati sono molti, dalla psicopatologia alla religione, fino al motivo per cui Helmholtz non riuscisse a ottenere una carta di credito. Helmholtz ricorda, fra gli altri, il caso di una paziente di Freud, Edna S., affetta da paralisi isterica al naso. Non riusciva a imitare il coniglio quando le si chiedeva di farlo». Ancora, interessante il libro di Dobb Arthur, Non serviam (Washington-Roma, Pergamon Press, 1974), «trattato scientifico sulla “personetica”, termine formato da persona e genetica, parole di origine latina, che sta a significare “produzione artificiale di esseri intelligenti”». A chi non fosse bastata la consultazione di Mirabiblia, suggeriamo il volume di Theodor Saretsky, Il sesso come sublimazione del tennis (Mondadori, Milano 1988), in cui è possibile avvicinare una vasta letteratura ancora tutta da divulgare del maestro Freud; riportiamo alcuni titoli: Fissazioni masturbatorie e impugnatura occidentale, Invidia del pene e racchetta a padella, L’angoscia da tennis interruptus. Infine, un'altra vivacissima antologia ove sia possibile rintracciare altri pseudolibri d’argomento psicologico è quella curata da Russel Ash e Brian Lake, I libri più assurdi del mondo (Castelvecchi, Roma 2007), ove compaiono Esposizione e rimozione del cervello (Health Series Consortium, 1984), L’età avanzata. Cause e prevenzione (Physical Culture Publishing Co., New York, 1912), La scrittura del malato di mente (J. Churchill and Sons, 1870), Come diventare schizofrenico (Apollyon Press, Everett, Washington, 1992), Il significato inconscio dei capelli (Gorge Allen and Unwin, London, 1951), L’alcolista autodidatta (EUP, London, 1975), Come otturare le carie mentali (Malboro, Beverly Hills, Ca 1978), Cosa dire quando si parla da soli (Grindle Press, Scottsdale, Ariz, 1982).
Per finire, autori che affrontano la malattia mentale con fare divertito (anche se nondimeno tragico), spesso perché la vivono personalmente a tal punto da farne il centro della propria poetica. Un caso speciale è rappresentato da Ottiero Ottieri, che ebbe a dire in un’intervista di non essere un semplice malato, ma un policlinico. Di Ottieri, grande depresso, ossessivo e alcolista, segnaliamo tutta la produzione successiva al periodo industriale, ma segnatamente Il diario del seduttore passivo (Giunti, Firenze 1995), dove per esempio l’ansia «rode, erode, scassa, / a seghetta, a mantice, / urlante, sorda, / fa muovere di corsa le gambe, / le mette in fuga pei corridoi, / gli spazi, le strade, i boschi»; dove per esempio Ottieri coglie che «il malato è mimetico, / ha il male / che il terapeuta vuole»; e dove Ottieri, alias Sanzio Filippo, di sé dice: «chi sono allora? / Un interprete-interpretatore, / un narciso lacerato, / uno schizo, un bipolare? / Lei è solo / il signor Sanzio Filippo. / Perché voglio definirmi / solo attraverso le targhe / della malattia mentale? / Lei è in disperata cerca / di una briciola di certezza». Sempre del periodo post-industriale segnaliamo inoltre i volumi La psicoterapeuta bellissima (Guanda, Parma 1994), in cui Ottieri ammette che «non potendo guarire / mi consolo con brani di conoscenza / della neuroscienza», considerando anche che un matto «diventa ancora più matto / quando capisce che un affine / lo ritiene sinceramente alieno / e ha sparso la voce / che è alieno»; e l’altro, esilarante, Vi amo (Einaudi, Torino 1988), in cui l’Ottieri-alcolista compone un’ode all’amato vino: «Ti amo, pio vino, che immite / un sentimento di euforia / e di caduta / al mio petto / infondi. Tu mi permetti / la scimmia della felicità / e poi ancora la voglia della scimmia e il coma. / Dopo il coma sto un poco quieto / inquieto, / finché rinasce, / la voglia di te, mia unica / ragione di vita. Sei, vino / una goccia nel deserto, / una breve sopportazione / della realtà ortostatica / del risveglio e anche / concilii il sonno / durante il quale si sogna / vino o timore, tumore di vino. / Tu lanci la poesia / e la bruci. Ogni bicchiere / è un colpo di martello / nel cervello, la festa della lenta morte». Infine nel Poema osceno (Longanesi, Milano 1996) Ottieri ci fornisce una suprema descrizione delle personalità normale: «La personalità normale, / ascolta, è questa: / gratitudine senza / sottomissione; / indipendenza senza / ribellosità; / odio senza / proiezione; / amore senza / idealizzazione; / indipendenza di / pensiero; / capacità di sublimazione; / capacità di reggere / la frustrazione; / eliminazione / di iperemozionalità / e di ottusità / emozionale. / O anche, ascolta: / maggior libertà. / Capacità di gioia. / Cessazione / della compulsione. / Diminuzione di tendenza / alla Dep. / Capacità d’essere / genitore. / Miglioramento / degli affari sociali / (non v’è un Ministero?) / Saper usare la gente / qual fine (Cavaliere, attento!) / non quale mezzo; / equilibrio / di lavoro e gioco / con successo in entrambi. / Esercizio dello sport. / Piacere negli altri. / Io aggiungo, di mio, / sempre duro cazzo. / Superamento di spazio-tempo. / Abolizione di eternità / o morte. / Ricchezza, ricchezze».
Fine.
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