
Stanotte, alla Coupole, mi hanno fatto conoscere un tal Rabah Tehom venuto a Parigi per iniziare, dice, la rivoluzione antifilosofica. Al nostro tavolino, dov’erano raccolti due Rumeni, un Senegalese, un Peruviano e uno Svedese, il piccolo Rabah Tehom, gnomo d’oriente vestito d’arancione, eruttava in pessimo francese il suo verbo.
Il colore del suo viso, sotto l’esagerata elettricità, combatteva tra il violetto stinto e il verde marcio. Gli manca un braccio: dice d’averlo perso in battaglia ma non si sa in quale guerra. Intorno ai capelli unti portava una corona di alloro in carta d’orata. Nessun liquore gli faceva paura.
«Cosa avere guadagnato», gracchiava Rabah Tehom, alzando l’unico braccio verso i lampadari, «seguendo la ragione e adoprando l’intelligenza?
La verità non s’è raggiunta, l’uomo è sempre più infelice, e la filosofia che doveva essere, secondo gli antichi truffatori greci, la corona del sapere, si contorce nelle contraddizioni o confessa la sua impotenza. I due malfattori delle origini furon puniti – Socrate col veleno, Platone colla schiavitù – ma non abbastanza. Essi hanno avvelenato e inceppato ottanta generazioni col loro insegnamento pestilenziale. Il mostruoso Socrate s’è vendicato della cicuta ateniese intossicando i passivi Europei, per ventiquattro secoli, colla sua dialettica. I resultati si vedono. L’esercizio caparbio e sterile della ragione ha portato allo scetticismo, al nichilismo, alla noia, alla disperazione. Le poche verità intraviste con quel metodo hanno condotto al terrore. Nell’età moderna i filosofi più lucidi si son rifugiati, in ultimo, nella follia: Rosseau, Comte, Nietzsche son morti pazzi. E solo in grazia di questa loro fortuna hanno potuto rinnovare il pensiero occidentale coll’idee più feconde e temerarie.
Qui è il segreto della redenzione. Se l’intelligenza porta al dubbio o al falso è presumibile che l’insensatezza, per l’identica legge, condurrà alla certezza e alla luce. Se la troppa ragione porta, incede che alla conquista della verità, verso la follia, è chiaro che bisogna partire dalla follìa per salire a una razionalità superiore che risolverà gli enigmi del mondo.
Alla filosofia – amore per la saggezza – bisogna sostituire l’amore per la pazzìa. Ma la pazzìa non si insegna come si può insegnare la logica e la scienza del metodo. E’ necessario disabituare i cervelli umani dalle pratiche nefaste del vecchio razionalismo. Non basta abolire il culto disastroso dell’intelligenza; bisogna estirpare dalle nostre menti i tumori dell’intellettualismo – diciamo pure, se volete, la chiarezza, il buon senso, la mania induttiva e deduttiva, l’intelletto. Chi vuole ascendere al ciclo superiore della rivelazione interna e universale deve innanzitutto diventar pazzo. Il savio non potrà mai entrare nel paradiso del vero: venticinque secoli d’esperienza contronatura lo dimostrano in modo irrefutabile.
Prendendo il cammino a rovescio, adottando arditamente il delirio come punto di partenza, noi potremo, forse, afferrare ciò che per tutti i ragionanti fu inafferrabile. La Filomania, però, non può esser diffusa per mezzo di libri come la fallita Filosofia. Occorre snidare l’intelligenza nei più adatti; educare, fuor dei sistemi normali, i futuri creatori della Filomania. Non ci possiamo servire dei pazzi allo stato naturale, nei quali restano ancora troppe tracce dell’insegnamento razionalista e dell’antico pensiero. Io sto percorrendo l’Europa per raccogliere il denaro che mi permetterà di fondare il primo «Istituto di Demenza Volontaria», dal quale dovranno uscire i pionieri della Filomania. I programmi son pronti e io m’impegno, in tre anni, di trasformare l’animale più ragionevole, appestato di logica, in un pazzo miracoloso, profetico e demiurgico. In tre generazioni la Filomania fiorirà sulla terra, iniziando una civiltà nuova, che risponderà alle domande millenarie dello spirito umano e darà a tutti la pace della suprema certezza».
Rabah Tehom raggiustò la corona di carta che gli era caduta quasi sugli occhi, si asciugò la fronte, bevve il whisky che un Rumeno aveva fatto portar per sé, e interrogò collo sguardo i suoi ascoltatori silenziosi. Accorgendomi del suo malinconico disappunto tolsi di tasca un foglio da cento franchi e lo porsi all’apostolo della Filomania.
«Ecco», dissi, «la mia offerta per la Scuola della Demenza Volontaria». È poco ma credo che una scuola simile sia molto meno necessaria, oggi, di quel che vi sembra».
Rabah Tehom scosse il capo con aria di commiserazione.
«Tutti marci d’intelligenza!», mormorò. «Viene il medico e gli rispondono coll’elemosina».
Nonostante il suo visibile malumore chiuse accuratamente i cento granchi nel suo portafoglio, senza neppur ringraziarmi, e s’alzò. Si tolse la corona dorata dal capo, la nascose in tasca e, dopo aver fatto un inchino ossequioso a tutti noi, uscì dalla Coupole, fiero e solenne come un profeta mandato in esilio.
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