giovedì 29 dicembre 2011

Dodici regole per allevare figli delinquenti


  1. Cominciate fin dall’infanzia col dare al bambino tutto quello che vuole. In questo modo crescerà convinto che il mondo gli deve qualcosa.
  2. Allorché ripeterà davanti a voi le prime parolacce raccolte qua e là, ridetene. Questo gli farà credere di essere divertente e carino. E lo incoraggerà ad imparare parolacce «sempre più divertenti» e a esibirsi davanti a voi appena possibile.
  3. Guardatevi dall’impartirgli un’educazione spirituale. Attendete che abbia 21 anni e lasciatelo libero di decidere da solo.
  4. Evitate l’uso di parole come «sbagliato» «avere torto» ecc. in modo da non favorirgli lo sviluppo di «complessi d’inferiorità». Che gli potrebbero far credere più tardi, quando sarà arrestato per il furto della prima macchina, che la società è contro di lui e che viene sempre perseguitato.
  5. Raccogliete sempre ogni cosa che lascia buttata in giro, come per es. libri, scarpe, vestiti. Fategli ritrovare tutto in ordine, in modo da abituarlo a scaricare sempre tutte le responsabilità sugli altri.
  6. Lasciategli leggere qualunque cosa gli capiti tra le mani. State attenti che le sue posate ed i bicchieri siano sempre sterilizzati, ma lasciate che la sua mente si nutra con l’immondizia.
  7. Litigate spesso di fronte ai vostri bambini, così non rimarranno troppo meravigliati quando più tardi divorzierete.
  8. Date al vostro bambino tutto il denaro che desidera, e non permettete che se lo guadagni da solo. Perché rendergli la vita dura?
  9. Soddisfate ogni sua voglia di cibo, drink, comodità e qualsiasi desiderio sessuale in genere. Rifiuti e proibizioni potrebbero causargli le più dannose angosce.
  10. Prendete sempre le sue parti in caso di dispute con i vicini, con i maestri o con i poliziotti. I quali per partito preso sono sempre contro il vostro bambino.
  11. Quando vi trovate in mezzo a seri guai, scusatevi con voi stessi dicendo: «Per lui abbiamo fatto il possibile…».
  12. Preparatevi ad una vita di dispiaceri. Molto facilmente la avrete.


È pressoché introvabile il fascicolo del Delatore da cui traggo queste dodici regole per allevare figli delinquenti. Uscito nel 1959, con il sottotitolo I ragazzi, fa parte della prima serie della «rivista di belle lettere e storia» diretta da Bernardino Zapponi (1927-2000), serie che comprende i fascicoli sul Sadismo (settembre 1958), sul Cattivo gusto in Italia (novembre 1958), sui Ragazzi appunto (ottobre 1959) e sulla Commedia dell’Arte (estate 1960).
I fascicoli della seconda serie invece, egualmente diretti dallo Zapponi, sono Follia (marzo 1964), il Dizionario del gergo della malavita (giugno 1964), Il silenzio (settembre 1964), la Morte (dicembre 1964) e i Travestiti (marzo 1965). Nelle ultime pagine del fascicolo sui Travestiti si fa inoltre riferimento ad un numero successivo dedicato nell’intendimento dei redattori alla Donna trionfante, fascicolo che tuttavia non è mai uscito.
Al Delatore collaborarono numerosi e celebri artisti tra cui: Mino Maccari, Leonardo Sinisgalli, Furio Scarpelli, Roland Topor, Saul Steinberg, Bruno Munari, Camilla Cederna.



sabato 17 dicembre 2011

Diagnosi e responsabilità


Già in uno dei precedenti post mi è capitato di osservare come il lessico psicopatologico finisca molto spesso per sottrarre, ai «malati psichici» odierni, la possibilità di descrivere il proprio disagio in maniera più personale e autentica, lasciando il posto ad una omogeneizzazione dei racconti che gli individui fanno della propria sofferenza, impregnati fino all’inverosimile di espressioni tecniche e impersonali che con molta probabilità hanno appreso navigando in Internet. E così nessuno spiega più il panico riferendo di «un’esperienza sconvolgente» ma piuttosto avvalendosi della descrizione che ne viene fatta in una delle tante pagine della rete. Di un simile processo, quello che tuttavia più colpisce è il fatto che l’attribuzione dell’etichetta diagnostica offre alle persone che ne sono destinatarie l’occasione per sentirsi meno responsabili di quello che fanno, con il risultato che sempre più comportamenti sono ritenuti delle malattie e dunque non più «controllabili» per mezzo della propria volontà. Quando invece sarebbe il caso di ripetere con Montale: «Non esiste, tranne casi patologici di deficiente sviluppo mentale, un sentimento di alienazione di cui lindividuo non sia direttamente responsabile».

È nota la risposta che molti tossici avanzano a chi chiedesse loro perché si drogano: «è la malattia», rispondono, come se tutti quei piccoli comportamenti messi in atto per procurarsi e poi per farsi una dose non fossero affatto suscettibili di autocontrollo. Come scrive Daniel Akst nell’Elogio dell’autodisciplina, «molti comportamenti che un tempo erano imputabili alla debolezza di carattere – l’abuso di droghe, l’ossessione per il gioco e così via – sono stati medicalizzati e sottratti alla responsabilità individuale, rendendo così sempre più estesa la gamma delle azioni che sfugge alla nostra capacità di controllo». E a questo proposito è esemplificativo quanto ha fatto lo scorso settembre una donna in un supermercato fiorentino, quando, bloccata da un vigilante mente cercava di uscire senza pagare (140 Euro), ha sfoderato dalla tasca un certificato medico dicendo: «sono cleptomane, è scritto qui». E in effetti ciò che poi ha letto sul certificato l’addetto alla sicurezza recitava queste parole: «affetta da impulsi che la spingono ad appropriarsi indebitamente di oggetti». Una circostanza che rimanda a quanto riporta Daniel Akst nel suo libro, a proposito di quel collaboratore di New York che finì nei guai per aver evaso le tasse per cinque anni. «Sapete qual è stata la difesa del suo avvocato? Ha detto che era affetto da ‘sindrome anticompilativa’ della denuncia dei redditi».

E allora noi rilanciamo, a difesa di tutti gli esauriti che volessero sgravarsi della responsabilità dei propri comportamenti, la tessera dell’Unione Italiana Psicolabili (U.I.P.), che autorizza a comportarsi da inebetiti in qualsivoglia contesto sociale, esentando dal sentirsi inferiori oppure oggetto di un giudizio negativo da parte degli altri. Scaricatela, compilatela e mettetevela nel portafogli. Non dovrete più preoccuparvi di fare brutta figura, e l’impunità l’avrete assicurata.




martedì 13 dicembre 2011

Nevrosi compilatoria

Come giustamente mi fa notare il mio amico Marchese Ugo De Rossi, dandomi anche del cretino, il post precedente è ridondante e finisce per parlare degli pseudolibri più di quanto il motivo ispiratore del post, Il libro dei libri di Luca Giorgi, autorizzasse a fare.  Ignora tuttavia il mio amico (o fa mostra di ignorare) che chi scrive è affetto da quella che Pablo Echaurren chiama, a pagina 18 degli Introvabili (Biblohaus, Macerata 2011), Nevrosi compilatoria, la sindrome per cui una persona è spinta a trasformare tutto in una lista, sindrome che ovviamente fa della follia inglobatoria uno dei suoi principali sintomi. Varrà la pena, tanto per non perdere l’occasione per fare una lista, e tentando di dare «anche un minimo di ordine al caos della vita», di ricordare anzitutto che a fare liste non hanno certo cominciato Fabio Fazio e Roberto Saviano in Vieni via con me; piuttosto, come scriveva Stefano Bartezzaghi, in un articolo apparso su Repubblica il 24 luglio scorso, erano già delle liste «le genealogie dell’Antico Testamento o il Catalogo delle navi dell’Iliade»; come pure faceva delle liste «Woody Allen quando su un famoso divanetto newyorchese procedeva tramite microfono alla masturbazione mentale delle cose ‘per cui vale la pena vivere’»; ancora, «nell’ultimo Gustave Flaubert è dalla lista che incomincia la resistenza all’assedio della stupidità umana»; e ancora val la pena citare L’incendio in Via Keplero di Gadda, il Supe-Eliogabalo di Arbasino e il lavoro di Eco che tanto sarà piaciuto al mio amico marchese, Vertigine della lista
Si occupava infine di liste la casalinga di Cracovia Janina Turek, che nascondeva nel proprio armadio ben 728 quaderni, trovati nel 2000 dopo la sua morte dalla figlia Ewa Janeczek, in cui aveva preso nota, dal 1943 al 2000, di tutto quello che faceva. Così, in più di cinquant’anni ella aveva registrato quante telefonate aveva ricevuto e da parte di chi (38.196), quante volte aveva telefonato a qualcuno (6257 volte), dove e chi aveva incontrato per caso e salutato con un «buongiorno» (23.397), quanti appuntamenti aveva fissato (1922), quanti regali aveva fatto, a chi e di che genere (5817), quanti regali aveva ricevuto (10.868), quante volte aveva giocato a bridge (1500), quante volte aveva giocato a domino (19), quante volte era andata a teatro (110), quanti programmi televisivi aveva visto (70.042), e via discorrendo. (Vai a Reality di Mariusz Szczygieł per proseguire la lettura della lista).



lunedì 12 dicembre 2011

Come sviluppare l'autostima del gatto


Segnalo l'uscita, presso Bella Bestia Editore, del volume Come sviluppare l'autostima del tuo gatto dello psicologo veterinario Renato Uggieri, già autore di Come ottenere il meglio dal tuo canarino, Cura dell'impotenza nel San Bernardo e L'interpretazione dei sogni nel macaco da appartamento.

Silvia Maria Rapetti nell'Introduzione scrive: «Un manuale moderno ed efficace rivolto all’amante del felino che vuole il meglio dal proprio piccolo amico. Un prezioso aiuto illuminato dalle geniali intuizioni del fondatore della Pet Psicology».




A chi fosse interessato alla provenienza del libro di Renato Uggieri, suggerisco di fare riferimento al volume di Luca Giorgi dal titolo Il libro dei libri, uscito nelle settimane passate presso Mattioli1885. Si tratta ad ogni modo di un volume appartenente alla tradizione dei cosiddetti pseudobiblia, a cui anche wikipedia dedica una pagina che trovate cliccando qui
Per un ulteriore approfondimento rimando comunque al lavoro di Paolo Albani, Mirabiblia. Catalogo ragionato dei libri introvabili oppure anche al suo Sosia laterale, di cui specificatamente suggerisco la lettura di Come diventare vecchi. In riferimento a Mirabiblia già citavo su questo blog, in uno dei primi post, i seguenti volumi d’argomento cacopedico: L’immaginazione artificiale (Milano, D. Benati & Figli, 2001), I calzini del Metterling come espressione della Madre Fallica (Journal of Psychoanalysis, nov. 1935), Psicopatologia della vita condominiale nei piccoli centri prealpini in età scolare (Torino 1990), Plurilinguismo e monomania a confronto (Portovenere 1990), Casi di petrarchismo comatoso trattati con insulina (Lavagna 1990), Intossicazioni lessicali nei soggetti esposti al vocabolario (Bordighera 1990), Varianti degeneri e perdita della pazienza nella critica del ‘900 (Bordighera 1990), Il mobilio dell’io e gli stili dell’es (Mentone 1990), Studio sul modo di produrre artificialmente il genio (Milano, L’Altrieri, 1955), Caratterologia dei pantaloni (Milano, Benedikt Pfaff, 1935), La vita burocratica ossia del modo di diventare rispettabilmente cretini (Milano, L’Altrieri, 1955). 
A chi non bastasse la consultazione di Mirabiblia, suggerisco il volume di Theodor Saretsky, Il sesso come sublimazione del tennis (Mondadori, Milano 1988), in cui è possibile avvicinare una vasta letteratura ancora tutta da divulgare del maestro Freud; riporto alcuni titoli: Fissazioni masturbatorie e impugnatura occidentale, Invidia del pene e racchetta a padella, L’angoscia da tennis interruptus
Ancora, un'altra vivacissima antologia ove sia possibile rintracciare altri pseudolibri d’argomento psicologico è quella curata da Russel Ash e Brian Lake, I libri più assurdi del mondo (Castelvecchi, Roma 2007), ove compaiono Esposizione e rimozione del cervello (Health Series Consortium, 1984), L’età avanzata. Cause e prevenzione (Physical Culture Publishing Co., New York, 1912), La scrittura del malato di mente (J. Churchill and Sons, 1870), Come diventare schizofrenico (Apollyon Press, Everett, Washington, 1992), Il significato inconscio dei capelli (Gorge Allen and Unwin, London, 1951), L’alcolista autodidatta (EUP, London, 1975), Come otturare le carie mentali (Malboro, Beverly Hills, Ca 1978), Cosa dire quando si parla da soli (Grindle Press, Scottsdale, Ariz, 1982).
Segnalo ancora, in tema di pseudobiblia, Gli introvabili. Futurismo shock di Pablo Echaurren, uscito recentemente presso Biblohaus, di cui potete leggere la Postfazione di Paolo Albani andando qui.




domenica 11 dicembre 2011

La pazzia spiegata dai bambini


È una chicca assoluta questo volume di Cesare Viviani dal titolo La pazzia spiegata dai bambini, apparso presso la casa editrice Il Formichiere nel 1976 e ad oggi praticamente introvabile. L’Autore, Cesare Viviani, psicoanalista ma meglio noto come poeta e scrittore, già autore presso Sugarco, nel 1974, di Psicanalisi interrotta. Il «vissuto» e i «perché» di ventotto interruzioni di analisi, rivolge in questo lavoro a millequattrocento ragazzini, tra gli otto e i tredici anni, le domande «Che cos'è la pazzia? E che cosa si potrebbe fare per coloro che sono considerati pazzi?», ottenendo in cambio un piccolo trattatello sulla malattia mentale tanto struggente quanto esilarante.

F.G. di IV elementare: «Per me la pazzia è una malattia grave per le persone, perché quando le persone sono pazzi non capiscono più niente macari un pazzo litica con un uomo sano che non è pazzo e quell’uomo che è pazzo non capisce più niente, io una volta ho visto un uomo che era pazzo io passo e quell’uomo ma detto ei lo sai che cinque più cinque fa nove e io non gli o detto niente».
A.R. di IV elementare: «Io conosco un pazzo che una volta si è litigato con una signora e voleva mettere una bomba sotto casa sua».
L.M.D. di III media: «La pazzia è una ragazza di nome Gianna, che mi ha dimostrato come una persona semi-normale diventi pazza. In questo caso il male non è curabile».
Rulli Raffaella IV elementare: «Secondo me la pazzia è una malattia della mente che può venire anche per causa del sistema nervoso, e non si può guarire. Dipende quale forma di pazzia hanno, esempio c’è chi si crede Napoleone, bisogna trattarlo come lui si crede».
Bonsignore Angela di IV elementare: Io conosco una bambina che si chiama Frati Liliana, questa bambina fa ogni giorno una pazzia, un giorno d’inverno è venuta con le mezze maniche che pazzia! Però la pazzia è uno (pazzo come magari un pazzo) che si butta dal sesto piano, è una pazzia. Per me un pazzo si dovrebbe curare con gentilezze e non con prepotenze. Esempio di manicomi: i matti per punizione li legano al letto. Questo non è curare con amore».
G.A. di I media: «Nel mio cortile c’è una signora che è considerata pazza, una volta è scesa in cortile in camicia da notte chiamando il gatto che era sull’albero. Io vorrei aiutare queste persone pazze e farle comunicare con il prossimo e lasciarle la libertà che per loro purtroppo non esiste. E dar loro la fiducia necessaria».
Caterina Strambo di I media: «Secondo me la pazzia è una malattia che viene stando in manicomio e stando rinchiusi molti uomini ritenuti pazzi non sono pazzi ma siccome dicono cose contrarie al potere e così vengono portati in manicomio e vengono inventate per loro cause false e così questo uomo può diventare pazzo davvero ci sono però degli uomini che sono veramente malati ma non è rinchiudendoli che si guariscono ma peggiorano secondo me per guarire queste malattie bisognerebbe capire i loro problemi e cercare di vedere di toglierli».
Rossi Fulvia di V elementare: «La pazzia secondo me è una malattia come tutte le altre come se uno avesse la febbre e invece l’altra e pazzo. Un signore è in pazzito perché li è morta la moglie in un iccidente e quel signore è impazzito per quello. Secondo me coloro che sono pazzi si deve curarli. I pazzi potrebbero portarli in manicomio e dai psichiatra e farli curare da loro».
Pedrazzi Milena di III elementare: «Per me la pazzia può dipendere da un esaurimento nervoso da una persona molto fantasiosa. Infatti quante volte succede che qualcuno viene considerato pazzo, solo perché racconta delle cose irreali, o fuori dal normale? Quindi io credo che l’unico rimedio contro questa malattia, sia quelo di aiutare queste persone cercando di fargli vedere la realtà vera reale anche se per loro potrà essere un brutto colpo».
Riccardo Almasio di III media: «Secondo me la pazzia è una cosa astratta, che non esiste; è una forma d’esaurimento nervoso, o un complesso (d’inferiorità o superiorità troppo accentuato), o perché si sentono esclusi da un mondo consumistico. Per fare qualcosa per queste persone bisognerebbe riinserirli nella società però per far questo bisognerebbe cambiare mentalità a molta gente ignorante che crede i così detti ‘matti’ degli esseri da escludere. E cambiando la mentalità si cambierebbe anche questa società consumistica che fa perdere all’uomo ogni sua volontà di far quel che vuole».
M.B. di V elementare: «Secondo me la pazzia è una malattia che uno gli viene perché un amico lo continua a disturbare. Si potrebbero inventare delle medicine, o studiare il corpo: specialmente il cervelo che manda gli ordini a tutte le parti del corpo».
V.L di IV elementare: «La pazzia secondo me è uno che va pazzo per una cosa un’oggetto o un cibo».
Katia Carteggi di IV elementare: «Secondo me la pazzia e quando presempio mia madre mi chiede vai a fare la spesa e io gli rispondo no. Mia madre si nervosisce e allora la pazzia per me è così! Per me quanto vi ho raccontato nella prima domanda bisogna calmarla quella gente che fa così!».
Giancarlo Boni di II media: «Secondo me la pazzia è un ragazzo che diventa pazzo che la sua madre non li vuole comperagni i giocattoli. Bisogna metterli in un collegio e quando io ero a Grosseto andava a scuola per una pazzia».
Mauro Arnaghi di IV elementare: «Secondo me la pazzia è una malattia che quando uno batte la testa forte contro qualcosa diventa pazzo. E bisognerebbe guarirlo mettendogli a posto la testa e intanto metterlo in un posto dove non possa fare pazzie».
Boisotti Luigi di II media: «Secondo me la pazzia e una cosa dove si sta in un ambiente troppo rumoroso viene una crisi di nervi. Poi quando si va a casa e i figli fanno rumore la crisi di nervi si fa più sentire e perché viene la pazzia».
C.C. di V elementare: «Per me la pazzia è una malatia che bisogna curare perché non è colpa loro se sono ammalati di mente ma è anche un po’ colpa della gente che li circonda e li costringe a diventare pazzi, ma non in casi che uno è pazzo dalla nascita».
Marco Iuzzi di V elementare: «Secondo me la pazzia è quando uno si mette in testa un’idea assurda. Secondo me per fare guarire un pazzo si deve fargli un certo lavaggio del cervello che toglie quest’idea assurda».
Paolo Oldani di IV elementare: «È uno che tirano fuori dalla pancia della mamma prima di tempo allora non fa tempo a maturare bene, ecco che cos’è la pazzia. Bisogna cercare di capire quello che considera lui di bello».
T.M. di V elementare: «Per me la pazzia è un male molto forte e noioso pieno di grida. Bisognerebbe farli stare con qualcuno calmo e paziente che li distragga un po’ e farli giocare come dei bambini».
M.V. di III media: «E una cosa divertente è uno che non riesce a pensare e se pensa pensa cazzate. Si possono curare all’INAM. È una buona mutua per pazzi».



Recensione a Come diventare malati di mente

Segnalo che sul terzo fascicolo del 2011 della rivista Psicoterapia e scienze umane è apparsa una recensione a Come diventare malati di mente a firma di Antonella Mancini. La riproduco in parte di seguito. Per completare la lettura cliccare sul link indicato di seguito.

Sbaglierebbe chi fosse indotto dal titolo a prendere questo libro alla leggera, come se si trovasse di fronte all’ennesimo pamphlet alle prese con la schiera di addetti «psi» e con le loro malefatte quotidiane. Questo invece è un libro semi-serio. Anzi serio. A qualcuno potrà apparire persino troppo serio.
Poco originale nel contenuto, più originale nell’impianto, questo volumetto è un utile promemoria per i distratti. Al centro vi è la questione della medicalizzazione crescente della sofferenza umana e della psichiatrizzazione della vita, con la delega alla medicina di problemi di natura sociale ed esistenziale. Come corollari, le questioni della responsabilità e della colpa nel processo patologico, della labilità del confine tra salute e malattia, dell’artificiosa proliferazione dei quadri tassonomici e, su un piano più etereo, la questione della predizione in psicologia, e cioè dei criteri mai risolti della sua scientificità.
Come dire che siamo «nel cuore» delle discussioni che affliggono da sempre le anime più attente della nostra professione. Difficile affrontarle con linguaggio piano e scarno del «dibattito scientifico», perché probabilmente si perderebbero fra le tante altre discussioni, nella noia generale con cui ci si avvicina a questi temi per sfiorarli e subito rifuggirli. Consapevole del fatto, l’Autore, Matteo Prati, tenta una manovra audace, capovolgendo i termini e la logica dell’operazione. Il risultato è che il libro va letto all’incontrario. Ciò presenta due vantaggi: il primo è che, in forza del paradosso, tutto il discorso si svolge a cavallo tra il vero e il falso, tra ironia e serietà col risultato di farne una lettura divertente e ilare; il secondo è che il lettore è costretto a pensare, a metterci del suo e a prender posizione, se non altro per capire se l’Autore crede in ciò che dice o se si sta prendendo gioco di chi legge. Infine a lato, l’espediente retorico del paradosso non è esente da una certa civetteria, ricollegandosi a una tradizione letteraria antica e ormai in disuso, dove favole, dialoghi e apologhi satirici sono stati mezzi per fustigare i costumi: Mandeville insegna.

Per completare la lettura clicca qui




domenica 4 dicembre 2011

Come diventare degli Eterni Svegliati

Segnalo l'uscita, presso Campanotto Editore, del ventesimo fascicolo della rivista Tèchne, diretta dal sessantacinquenne Paolo Albani, già autore del Dizionario degli istituti anomali del mondo e di Forse Queneau. Enciclopedia delle scienze anomale. Questo numero di Tèchne è dedicato alle Modeste proposte, sulla falsariga di quella avanzata da Jonathan Swift di mangiare i bambini per risolvere la crisi economica in Irlanda nel secolo XVIII. Potete leggere una piccola anticipazione cliccando qui. Potete leggere invece di seguito il mio contributo: Come diventare degli Eterni Svegliati. Modesta proposta per una vigilanza perpetua.


È venuto il tempo di modificare noi stessi. La corrente trascina, appariscono i segni. I medici non si contentano più di guarire le malattie ma vogliono guarire ciò che appariva finora come buona salute. Il dottor Robin ci ha insegnato a non far figlioli; il dottor Guelfa c’insegna a non mangiare, ed io sottoscritto, dottore Schlaf, v’insegnerò finalmente a non dormire!
Giovanni Papini, Buffonate, Vallecchi, Firenze 1914.

C’è voluto almeno un secolo perché gli studi sulla malattia del sonno effettuati all’inizio del Novecento dal dottor Georg Schlaf ricevessero finalmente, da parte della comunità scientifica internazionale, l’attenzione che meritavano. Già nel lontano 1914 l’illustre studioso si era convinto che «il sonno è semplicemente un barbarico sperpero di tempo e un tradimento continuo alla legge del progresso»; un secolo dopo ecco che l’Accademia di Medicina decide finalmente di farsi carico della Sindrome da sonnolenza notturna, un disturbo che ad oggi ha finito per affliggere, complice la sottovalutazione che finora è stata fatta delle invalidanti conseguenze che ne derivano, l’intera popolazione del nostro pianeta. È infatti solo nei paesi più avanzati come la Finlandia e il Giappone, dove rispettivamente solo l’88 e il 79 per cento della popolazione soffre di Sonno Notturno, che si cominciano a raccogliere i primi risultati dei trattamenti a base di Modafinil, una pillola capace di dimezzare il fabbisogno di sonno e di permettere quarantotto ore di veglia ininterrotte; a torto, tuttavia, si è parlato di questo farmaco come della «pillola per non dormire più», dal momento che dopo le quarantotto ore di vigilanza è inevitabile andare a riposarsi per almeno otto ore. Si tratta a nostro giudizio di un risultato ancora insoddisfacente, dal momento che se il Sonno Notturno è stato riconosciuto a tutti gli effetti una malattia, non si vede per quale ragione ci si debba accontentare di curarla soltanto per un tempo così limitato; piuttosto, sarà utile partire dalla domanda: come può essere possibile abolire completamente il bisogno di dormire? L’approccio che qui proponiamo risiede nel convincimento che il Sonno Notturno sia essenzialmente la conseguenza di una serie di stimoli di cui finiamo per circondarci tipicamente nelle ultime ore della giornata, in grado di attivare nel nostro cervello quelle dinamiche psicologiche capaci di affievolire sempre più la nostra capacità di rimanere svegli. Si tratta di un approccio innovativo che sempre più riscuote credito nelle odierne scienze umane; d’altra parte non si vede per quale ragione, se ammettiamo che la malattia dei tossicodipendenti dipende dalla disponibilità della droga, oppure che la bulimia sia praticamente una conseguenza della disponibilità del cibo, non sia possibile pensare al sonno come il risultato della presenza del letto, con tutto ciò che generalmente l’accompagna: l’oscurità, la buona temperatura, un buon pigiama. In fondo, chi non ha assistito, in qualche occasione della propria vita, ad una remissione della Sindrome da sonnolenza notturna a causa di un letto troppo corto o di una stanza da letto malamente oscurata? Ora, se è vero che ciascuno di questi elementi favoriscono una remissione del sonno senza tuttavia estinguerlo del tutto, cosa potrà accadere se invece che uno per volta questi fattori disturbanti si presentassero tutti simultaneamente? L’approccio terapeutico che proponiamo si basa essenzialmente nel rimuovere dalle nostre case tutto ciò che finora ha reso possibile il nostro sonno, finendo in questo modo per perpetuarne la presenza. Certo è vero che se finora il nostro arredamento abbiamo finito per organizzarlo anche in considerazione del tempo da passare sdraiati, probabilmente ci saranno nella nostra psicologia dei convincimenti che ci legano al sonno con un legame più solido di quanto la presenza del letto, presa da sola, riuscirebbe a garantirci. Comprensibilmente dunque il modello psicopatologico che abbiamo elaborato in relazione al Sonno Notturno prevede una sequenza di eventi, sia psicologici che comportamentali, che in un ambiente opportunamente organizzato, finiranno precisamente per farci dormire nel modo che tutti conosciamo. È possibile comprendere questo modello psicopatologico osservando la figura più sotto, ove sono messi in evidenza quei pensieri che tipicamente, nell’esperienza di tutti i malati, finiscono per attivare il sonno, che sono: «è l’ora di andare a dormire» oppure «sono stanco». Fin dall’antichità, le persone hanno avviato a reagire a questi pensieri spingendosi prioritariamente verso la camera da letto, trascurando quei comportamenti alternativi che invece, come vedremo tra poco, sono centrali nel trattamento del disturbo. Assistere inoltre, una volta assunta la posizione da sdraiati, ad una remissione della stanchezza accumulata durante il giorno, agisce da rinforzo sulla decisione di dormire risalente a poche ore prima; ma chi non potrebbe testimoniare, in forza dell’esperienza accumulata nelle rare volte in cui si è rimasti svegli tutta la notte, che è possibile assistere alla scomparsa della stanchezza anche attraverso altri impieghi diversi dal dormire? D’altra parte se ogni sera, la stragrande maggioranza delle persone decide di andare a letto, lo fa anche in forza di tutta una serie di convincimenti sul sonno che prevedibilmente durante il percorso di cambiamento dovremo andare a bersagliare; si tratta di convincimenti designati nel nostro modello come Convincimenti Erronei (vedi la figura), che rappresentano l’altra sequenza importante della malattia, destinata a condurre tutti i malati a considerare il sonno come qualcosa di assolutamente indispensabile, unitamente ad una sottovalutazione di tutte quelle occupazioni che, al pari del dormire, sarebbero comunque in grado di fornirci un po’ di ristoro, consentendoci tra l’altro di fare qualcosa di utile. Ecco di seguito un elenco dei principali Convincimenti Erronei che sarà importante considerare:

  • ho bisogno di almeno 8 ore di sonno per sentirmi fresco, riposato e per poter funzionare bene durante il giorno;
  • sono preoccupato che mi possa venire un esaurimento nervoso se rimango una o due notti senza dormire;
  • per essere ben sveglio e per funzionare bene durante il giorno devo dormire ogni notte almeno 8 ore;
  • quando durante il giorno mi sento nervoso, depresso o ansioso è soprattutto perché non ho dormito la notte;
  • ho paura di morire se non dormo;
  • se non dormo corro il rischio di rovinarmi la vita e non riuscirò a fare quello che voglio.

Una volta assunta la posizione da sdraiati, ecco che facilmente il sonno prenderà il sopravvento sulla veglia, e chiaramente, giunti a questo punto dell’esposizione, riusciremo a cogliere nell’esistenza del letto, delle coperte, del pigiama, nella stessa camera da letto, i principali Fattori Perpetuanti la malattia, fattori che quanto più saranno comodi tanto maggiormente consolideranno il circolo psicopatologico; così ogni notte si può pensare che è per certi aspetti la stessa presenza del letto a farci cadere nel disturbo, senza che nessun malato sia capace di rendersi conto quanto anche la propria psicologia giochi un ruolo assolutamente importante.




L’approccio terapeutico che modestamente proponiamo mira ad intervenire sui due principali aspetti della malattia, che sono i Convincimenti Erronei e i Fattori Perpetuanti (pigiama, letto, coperte, etc.); prevedibilmente, l’esito del trattamento dovrebbe incidere sull’interpretazione che tutti i malati fanno solitamente della propria stanchezza o dell’ora che osservano guardando l’orologio, e anziché dirsi «è l’ora di andare a dormire» oppure «sono troppo stanco, vado a letto», il risultato sarà di predisporsi verso una nuova occupazione, come mettersi a cucinare o pulire il bagno. Il percorso terapeutico potrà dirsi concluso quando avremo un dormiglione che ora finisce per stare sveglio sulle 24 ore, sempre energico e pieno di iniziative, e che potrà dirsi, citando Benjamin Franklin: «svegliamoci, poltroni, viviamo. Dormiremo abbastanza nella tomba».
            Pensare che non dormire una o più notti sia una cosa estremamente drammatica, tale da provocare danni fisici e psicologici gravissimi, sarà prevedibilmente un pregiudizio duro a morire, che tuttavia possiamo cominciare a mettere in dubbio riflettendo sull’esperienza di Randy Gardner, un diciassettenne di San Diego che nel 1965 rimase sveglio ininterrottamente per oltre undici giorni. Il medico che seguì il ragazzo durante l’esperimento, il dottor William Dement, dichiarò successivamente in un’intervista: «Randy non ha avuto, durante la veglia, nessun comportamento psicotico o paranoide e nessuna apprezzabile alterazione della sfera emotiva». Dopo l’insolita esperienza, Randy stesso rilasciò delle dichiarazioni alla stampa in merito a come si era sentito durante quei lunghi undici giorni, precisamente 264 ore e 12 minuti. Nel rispondere alle domande dei giornalisti, pare che si comportasse in maniera assolutamente impeccabile, e a chi gli chiedeva cosa servisse per rimanere svegli così a lungo sembra che rispondesse: «basta volerlo». D’altra parte è noto come la forza di volontà possa spingere un individuo a fare cose che ad altre persone risulterebbero estremamente faticose; si pensi che già Leonardo da Vinci, il quale dall’alto del suo genio riteneva il sonno, al pari della lussuria e l’ingordigia, una delle brutture dell’esistenza, era solito dormire quindici minuti ogni due ore, totalizzando alla fine della giornata un tempo di inattività pari a centottanta minuti; praticamente meno di un terzo di quello che caratterizza la giornata delle persone cosiddette normali. Ai Convincimenti Erronei che abbiamo considerato sarà dunque possibile opporre altre considerazioni in grado di incrinare la nostra resistenza al cambiamento; al posto di «se non dormo muoio», converrà ricordarci che nessun essere umano dall’antichità ai nostri giorni è mai morto di sonno; che la mancanza di sonno non compare tra le cause di nessun tipo di esaurimento nervoso; che le persone che abitualmente dormono molto invece di risvegliarsi più fresche e vive degli altri appaiono quasi sempre più intorpidite, quando addirittura sembrano non saper parlare né pensare. Per cominciare a non dormire si ricordi tra l’altro quanto dice in merito anche la saggezza popolare: «agli uomini bastano 4 ore di sonno, alle donne 5, agli imbecilli 6».
            Una volta raggiunta una buona capacità riflessiva in ordine al bersagliamento dei Convincimenti Erronei, sarà utile considerare più approfonditamente tutti quei pensieri in grado di facilitarci la veglia, pensieri che nei manuali sul sonno più tradizionali vengono attribuiti alle persone affette dalla cosiddetta Insonnia. Sembra che i principali pensieri capaci di mantenerci desti siano quelli relativi ai problemi che ci sono in famiglia, alle malattie, preoccupazioni e rimpianti, e alla morte. Altre cose a cui pensare per contrastare la spinta verso il letto possono essere:

  • attività da svolgere il giorno dopo;
  • alle inquietudini che proviamo;
  • alle cose di lavoro;
  • ai suoni che ci circondano;
  • alle situazioni che ci hanno fatto star male;
  • agli errori che abbiamo fatto durante la giornata.

Si ritiene che la persona che avesse una buona motivazione a guarire non dovrebbe trovare particolari ostacoli per contrastare la tendenza al riposo; tuttavia è chiaro che un’attività mentale più congruente alla veglia dovrà essere efficacemente sostenuta da qualche occupazione che ne potenzi gli effetti, fermo restando l’accortezza di evitare quei passatempi in grado di acuire il nostro desiderio di metterci sdraiati. Le principali attività alternative da considerare possono essere:

  • programmare un viaggio;
  • imparare una nuova ricetta;
  • cantare una canzone;
  • fare fotografie;
  • riparare qualcosa;
  • fare un cruciverba;
  • sognare a occhi aperti;
  • tagliare la legna;
  • giocare con il gatto;
  • ricostruire un puzzle;
  • giocare con il computer;
  • mangiare.

Nei primi giorni del trattamento potrà essere utile sostenersi anche attraverso l’assunzione di sostanze stimolanti come la caffeina o la nicotina, facendo tuttavia attenzione a sospenderle al momento della comparsa dei primi risultati, pena il rischio di diventare dei tossicodipendenti invece che degli insonni. Alle persone che fossero palesemente sempre addormentate, che tuttavia aspirassero a guarire dal Sonno Notturno, si suggerisce di prestare attenzione a quella strategia usata per esempio da Salvador Dalì, grande insonne volontario, per evitare di addormentarsi; sembra che il maestro si predisponesse a riposarsi sempre con un cucchiaio in mano, sospeso sopra un piatto di latta: bastava che si assopisse un po’ perché il cucchiaio, scivolandogli di mano e sbattendo sul piatto, lo risvegliasse.
            L’ultima parte del trattamento della Sindrome da sonnolenza notturna prevede l’intervento su quelli che abbiamo denominato Fattori Perpetuanti, come il letto, il pigiama, le coperte. Va da sé che quell’individuo che fosse finalmente in grado di rimanere sempre sveglio, non avrà alcuna ragione per mettersi in pigiama, e certamente considererà l’esistenza dello stesso letto un ingombro inopportuno all’interno della propria abitazione. Piuttosto, potrà ora rallegrarsi di poter destinare l’intera camera da letto ad uno scopo più utile che il semplice dormire, acquistando quindi non solo qualche metro quadro di pavimento ma molto, molto di più. Finalmente ci potremo considerare degli Eterni Svegliati, operosi e sempre presenti a noi stessi; e se davvero saremo stati in grado di mettere per esempio il frigorifero al posto del nostro letto, ben consapevoli di non possedere alcun pigiama, certamente tra le prime cose da gettare, potremo davvero avere la certezza di non addormentarci mai più. Molto semplicemente non si saprebbe dove assopirci, e quindi assai spontaneamente riusciremo a impiegarci in qualche nuova e magari divertente occupazione.




Psicologi e altre malattie

Chi credesse che trattare gli psicologi come una malattia sia soltanto l’ultimo capriccio dei detrattori della psicoanalisi, dovrà ricredersi molto rapidamente una volta aperto Psicologi e altre malattie, il libro che l’Editrice Inapparente manda in stampa proprio in questi giorni, che riprendendo una dimenticata posizione di Freud relativamente alla psicoanalisi tratta di come gli psicologi siano diventati oggigiorno una vera e propria malattia. È poco noto infatti quanto Freud disse a Jung e Ferenczi a bordo del transatlantico George Washington, in arrivo nel porto di New York dopo nove giorni di navigazione, dopo esser partito da Brema alla volta della Grande Mela precisamente il 20 agosto del 1909. «Non sanno che portiamo loro la peste!» esclamò Freud rivolgendosi ai colleghi, inaugurando in questo modo quelle che saranno ricordate come le conferenze americane del maestro viennese, tenute precisamente presso la Clark University di Worcester e aventi per tema, ovviamente, la psicoanalisi. Freud sapeva di diffondere una malattia ma sbagliò grandemente a pensare che si trattasse di peste, una malattia rapida e violenta. C’è voluto un secolo e l’acume di Calogero Tamaro, psicoanalista di formazione cacopedica e già autore dell’Amico a pagamento e la Stupidità autoindotta, per concludere che fu piuttosto la lebbra, una malattia lentissima, ad esser diffusa da Freud e sodali durante la loro trasferta americana. Infatti la psicoanalisi, come la psicoterapia, o meglio, come la lebbra, è una malattia della lentezza, che non smette ad un secolo di distanza di ammorbare chiunque le si avvicinasse. Se è pressoché impossibile fare una stima dei picchiatelli in cura dagli psicologi, si potrà almeno parlare della diffusione di questi, che raggiungono in Italia punte di diffusione davvero allarmanti. Tra il 1994 e il 2008 si è registrato un incremento degli psicologi del 198 per cento. In aumento anche il numero di studenti in Psicologia, che ha raggiunto più di 68 mila iscritti nel 2007, per una crescita percentuale del 25 per cento rispetto al 1998. Gli psicologi europei risultano essere, complessivamente, circa 200 mila; di questi, ben 70 mila sono italiani. In altre parole uno psicologo europeo su tre è italiano.

Per l’acquisto del volume rivolgersi al Centro Studi Patologie Inapparenti.

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